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L'Avvocato risponde
Furti subiti in marina
Risponde Andrea Faccon

La domanda

E' la seconda volta che subisco un furto nella mia imbarcazione, ormeggiata presso la marina molo vecchio di Genova.
I cancelletti dei varchi di acceso al pontile di ormeggio, pur essendo dotati di serratura, sono stati messi fuori uso dalla marina stessa, e quindi sono sempre aperti. La marina ha messo dei cartelli nei quali viene evidenziata la video sorveglienza, ma tale servizio è inefficiente.

E possibile chiedere alla marina il risarcimento dei danni subiti dai furti, in parte certamente determinati dalla negligenza nell'effettuare i dovuti controlli di accesso alla marina?
Enrico Diana


Risponde Andrea Faccon, consulente legale di Yachts.it

Gentile Lettore,
rispondo al Suo quesito relativo alla possibilità di chiedere ad un marina il risarcimento dei danni subiti in conseguenza di furti, a suo dire, imputabili alla negligenza nei controlli di accesso al marina.
Non è stato specificato l’oggetto del furto (se si tratta di una dotazione o pertinenza dell’unità ovvero di beni personali del diportista o dei suoi ospiti e da questo lasciati a bordo dell’unità).
Riferisce che l’imbarcazione si trova ormeggiata presso un marina, nel quale

  • i cancelletti dei varchi di accesso al pontile di ormeggio, pur essendo dotati di serratura, sono stati messi fuori uso dal marina stessa, e, quindi, sono sempre aperti;
  • il sistema di video sorveglianza è inefficiente.

*****
A.) Brevi cenni sul contratto di ormeggio.
a. 1) Prima di esaminare il quesito proposto, è opportuno un sintetico riferimento all’inquadramento normativo e giurisprudenziale del contratto di ormeggio.
Il nucleo essenziale della tematica verte sull’applicaiblità al contratto di ormeggio, che è un contratto atipico (perché non espressamente disicplinato dal codice civile) degli obblighi normativi previsti in capo al depositario (art. 1760 e ss. c.c., in particolare, l’obbligo di usare nella custodia la diligenza del buon padre di famiglia, art. 1768 c.c.).
La giurisprudenza ha per molto tempo ritenuto che il contratto di ormeggio dovesse soggiacere alle disposizioni in tema di locazione, con esclusione di un obbligo di custodia in capo al marina.
Più di recente si sono venuti a delineare due filoni giurisprudenziali, che, sulla scia delle innovazioni normative in tema di tutela del consumatore, si caratterizzano per una più intensa tutela del diportista.
Secondo una prima opinione giurisprudenziale, invero minoritaria, l’obbligo di vigilanza e custodia è insito nel contratto atipico di ormeggio, con la conseguenza che il danneggiato non è tenuto a provare l’esistenza di un contenuto contrattuale esteso alla custodia.

Si è così deciso che “Il contratto di ormeggio ha ormai assunto una sua giuridica individualità, che porta a far convivere nella sua disciplina norme confluenti da tipi legali differenti. Cosi, oltre alla principale prestazione di fornire uno specchio acqueo per l'ormeggio di un'unità da diporto, è coessenziale al sinallagma funzionale quella che impegna a garantire la vigilanza e la sicurezza dell'approdo. Tale obbligo di custodia connota il contratto nella sua unitaria funzione economico - sociale, superando la tradizionale distinzione fra ormeggio - deposito e ormeggio- locazione.” (Corte d’Appello di Trieste, 28.7.1999).

La giurisprudenza dominante sembra però orientata a ritenere, nell’ottica di un contemperamente degli interessi in gioco, che un obbligo di custodia esiste soltanto se pattuito.

Si ritiene, infatti, che il contratto di ormeggio è un contratto atipico, che presenta:

  • una struttura minima essenziale (in mancanza della quale non può dirsi realizzata la detta convenzione negoziale), consistente nella messa a disposizione ed utilizzazione delle strutture portuali con conseguente assegnazione di un delimitato e protetto spazio acqueo;
  • un contenuto eventuale, esteso ad altre prestazioni (sinallagmaticamente collegate al corrispettivo), quali la custodia del natante e/o quella delle cose in esso contenute.

Si distingue, in buona sostanza, tra:

  • contratto di ormeggio con obligo di custodia, assimilabile alla locazione;
  • contratto di ormeggio senza obbligo di custodia, cui si applicano le norme sul deposito.

E’ il titolare del posto barca a dover fornire la prova dell’esistenza di un obbligo di custodia in capo al marina: la cassazione afferma infatti che resta “a carico di chi fonda un determinato diritto (o la responsabilità dell'altro contraente sulla struttura del contratto) fornire la prova dell'oggetto e del contenuto.” (Cass. Sez. III, 1°.6.2004, n. 10484, resa in fattispecie in cui una violenta mareggiata aveva danneggiato il marina e le unità ivi ospitate; nello stesso senso Ibidem, 2.8.2000, n. 10118; Ibidem, 21.10.1994, n. 8657).

Peraltro, in caso di ormeggio con obbligo di custodia, in caso di avaria, deterioramento o distruzione della imbarcazione, il concessionario dell'ormeggio non si libera della responsabilità derivante dalla consegna del bene provando di avere usato nella custodia della res la diligenza del buon padre di famiglia prescritta dall'art. 1768 c.c., ma deve provare, a mente dell'art. 1218 c.c., che l'inadempimento sia derivato da causa a lui non imputabile (Cass. ult. cit.).

Il marina si viene così a trovare in una posizione assai gravosa, dal quale può liberarsi provando:

  • che il fatto dannoso per il diportista è imputabile a caso fortuito o della forza maggiore;
  • di aver adottato tutte le precauzioni suggerite dall'ordinaria diligenza.

E’ significativa la precisazione secondo cui l’onere di diligenza è intensificato laddove “(...) il concessionario dell'ormeggio si renda conto (o debba rendersi conto) della necessità di uno sforzo maggiore rispetto a quello ordinario, egli è tenuto a prestarlo, versando altrimenti in colpa cosciente, ancorché abbia custodito il bene con la diligenza del buon padre di famiglia.” (Cass. cit.).

Anche la giurisprudenza di merito è dell’avviso che il contratto de quo non possa “essere equiparato, "sic et simpliciter", analogamente a quanto previsto per il contratto di parcheggio delle autovetture, al deposito, sì da doversi ritenere applicabili analogicamente le disposizioni di cui all'art. 1766 ss. c.c., potendo avere un oggetto più ampio e articolato, in dipendenza delle attrezzature e dell'organizzazione del porto turistico e, alla fine, degli accordi tra le parti nell'espletamento della propria autonomia contrattuale.”.

Secondo T.A.R. Emilia Romagna – Bologna, Sez. I, 31.7.2002, n. 971, “Il contratto di ormeggio, consistente nella messa a disposizione e utilizzazione delle strutture portuali con conseguente assegnazione di uno spazio acqueo, è un contratto atipico assimilabile alla locazione.”.

Con riferimento specifico ai marina gestiti (direttamente o mediatamente) da enti pubblici (es. Comune), si è ritenuto che la licenza di ormeggio si configura giuridicamente come concessione - contratto, avente natura consensuale, atipica, a causa mista, bilaterale, sinallagmatica, a titolo oneroso, di scambio, commutativo e di durata (Trib. Trani, 7.6.2000).

Essa consiste in un accordo con il quale la p.a. rilascia in uso ad un privato un bene demaniale (quali le strutture portuali), ovvero parte di esso, e si obbliga ad assicurare al concessionario l'uso del posto barca e di tutte le strutture portuali, dietro corrispettivo di un canone, c.d. tariffa di ormeggio, ed assunzione dell'impegno del concessionario di rispettare le regole di accesso e di uso della struttura portuale.

In tal caso, la licenza di ormeggio è un contratto che presenta in sè i caratteri tipici del contratto di locazione e quelli del contratto di deposito ove sia previsto espressamente che la tariffa comprende anche il servizio di guardiania.

La conclusione è che, in presenza di obbligazione di custodia, “(...) la p.a. e, per essa l'ente al quale ha appaltato il servizio di sorveglianza delle strutture portuali, è tenuta a risarcire i danni nel caso in cui il privato subisca il furto della propria imbarcazione, ormeggiata nel suo posto-barca, salvo che provi, secondo i canoni della responsabilità del depositario, un evento inevitabile ad essa non imputabile.” (Trib. Trani, 7.6.2000 cit.).

a. 2) E’ interessante ai fini del quesito l’individuazione dell’ambito dell’obbligo di custodia in concreto assunto dal marina.
Secondo la Suprema Corte (Cass. Sez. civ. III, 21.10.1994, n. 8657), “Allorché il contratto di ormeggio sia esteso alla custodia del natante, con la sua conseguente assimilabilità al deposito, la consegna ed i conseguenti doveri di custodia non restano delimitati al natante nella sua struttura elementare, ma si estendono, salvo patto contrario, a tutte quelle cose che, pur mantenendo una propria autonomia, siano destinate in modo durevole al suo servizio ed ornamento, costituendone pertinenza, ed in particolare alle attrezzature obbligatorie in forza di legge, di regolamento o di altri atti amministrativi.”

La sentenza chiarisce, in particolare, che “l'obbligo di custodia - e la relativa responsabilità - si estende non solo, ad esempio, al motore, o, per le barche a vela, alle vele, ma a tutte le pertinenze e, in particolare, alle dotazioni obbligatorie, a norma della l. 6.3.1976, n. 51, e dell'art. 23 del d.m. 15.9.1977, che ha approvato il "regolamento di sicurezza per la navigazione da diporto". Una volta provato, nei termini sopra delineati, che lo specifico contratto comporta l'obbligo di custodia del natante - e, pertanto, la sua assimilabilità al deposito -, spetta al depositario fornire la prova liberatoria, con riferimento all'art. 818 c.c., relativa all'esclusione delle pertinenze dagli obblighi di custodia (e non, viceversa, al depositante provarne l'inclusione).”.

La puntualizzazione della Suprema Corte si inserisce nel filone giurisprudenziale consolidato che riconosce che in tema di deposito “La consegna ed i conseguenti obblighi non rimangono limitati, peraltro, alla cosa nella sua struttura elementare, ma si estendono, salvo patto contrario, a tutte quelle che, pur mantenendo una propria autonomia, siano destinate, in modo durevole, al suo servizio di orientamento, costituendone pertinenza. L'art. 818 c.c. pone, infatti, una presunzione semplice ("se non è diversamente disposta") circa l'estensione alle pertinenze degli atti e dei rapporti giuridici che abbiano per oggetto la cosa principale. Ne rimangono escluse, viceversa, quelle cose che non abbiano alcun rapporto con l'altra e che solo occasionalmente vi si trovano (sul punto, anche se con risultati in parte diversi, Cass. 24.10.1975, n. 3534, Cass. 1989, n. 5546, Cass. 23.8.1990, n. 8615).”.

Alla luce della giurisprudenza di legittimità appare chiaro che l’obbligo di custodia (e la correlativa responsabilità del marina) riguarda l’unità da diporto e tutte le sue pertinenze (es., le vele, il motore, le dotazioni di sicurezza, ecc.).

L’obbligo di custodia, per contro, non si estende a quelle cose prive di un rapporto pertinenziale (durevole servizio od ornamento) con la cosa principale (con l’unità ormeggiata) e che solo occasionalmente vi si trovano (ad esempio, il portafogli lasciato incautamente a bordo, l’asciugamano steso al sole sulla battagliola non sembra invero sostenibile), a meno che, si deve ritenere, il diportista provi la consegna dell’unità con la specificazione del suo concreto contenuto (ma trattasi di un caso pressoché di scuola e, comunque, di una probatio diabolica).

*
B) Riferimento al caso di specie.
B.1) Nella specie, alla luce delle superiori considerazioni, la prima verifica da compiere riguarda il contenuto delle pattuizioni contattuali.
Ed invero, laddove dalla disamina del contratto di ormeggio e/o del regolamento del marina – accettato espressamente e destinato ad integrarne le pattuizioni - emerga la pattuizione di un obbligo di vigilanza e custodia, è sostenibile l’obbligo del marina di risarcire i danni prodotti ai diportisti dalla mancata adozione di misure di prevenzione dei furti.

Chiarita la sussistenza dell’obbligo di custodia, nella specie occorre ulteriormente verificare l’oggetto del furto.

Se si tratta di pertinenze e/o dotazioni di sicurezza dell’unità, sussistono elementi per chiedere i danni al marina per negligenza in sede di attuazione del rapporto: dalla descrizione del Lettore, infatti, si desume che il marina non ha adottato tutte le misure possibili per evitare il verificarsi di furti a carico dei diportisti (art. 1218 c.c.).

Se, invece, si tratta di beni diversi, che non hanno alcun rapporto di pertinenzialità con l’unità e solo occasionalmente vi si trovano (come negli esempi sopra proposti), l’imputazione di una responsabilità al marina per danni da furto si rivelerà, alla luce della menzionata giurisprudenza, invero non agevole.
*
Confidando di averLe offerto utili elementi di riflessione, Le porgo cordiali saluti.

Andrea Faccon
andreafaccon@libero.it




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