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Il viaggio intorno al mondo del Lycia.
Il sito web di Antonio e del Lycia

19 Gizo Island (arcipelago delle Solomon Islands)
12 settembre 2005
di Antonio Penati
Ciao,
eccomi con il nuovo racconto, da bordo del Lycia, della navigazione dalle Vanuatu, Banks, Torres sino alle Solomon Islands.
Il varo del Lycia a Port Vila

La preparazione della barca e le considerazioni su questo viaggio.
L’aereo della Air Vanuatu atterra in perfetto orario il 2 maggio a Port Vila, capitale delle Vanuatu dove ho lasciato il Lycia a settembre dello scorso anno.
Ad attendermi c’è Lucio che mi ha preceduto di tre settimane per anticipare i lavori sulla barca, nel piccolo cantiere di Laurent a Ifira Point nell’isola di Efate boatyard@vanuatu.com.vu.
Fa caldo e la stagione umida è appena terminata, dopodomani variamo la barca e ancora dobbiamo cambiare il canotto dell’asse dell’elica e verificare tutti gli ombrinali; fortunatamente il volo prevedeva una sosta di un giorno a Sydney che mi ha permesso di recuperare in parte il cambio di fuso.
Il varo, come l’alaggio, avviene con un trattore che, legato a un gancio e a un albero mediante una fune avvolta su un verricello, trascina un carro con ruote gommate lasciato calare in mare su uno scivolo di cemento. Il Lycia, che pesa 22 ton ed è lungo 19 metri con un pescaggio di 3 metri, è la barca più grande che abbiano varato con questo trattore e vista da sopra il carro che la depositerà in acqua è impressionante; tutto va bene, tiriamo un sospiro di sollievo, ma il motore del Lycia non vuole mettersi in moto, sei mesi di sosta ai tropici hanno compromesso irrimediabilmente le batterie; le sostituirò tutte.
Ci trasferiamo al pontile dello yacht club dove completeremo tutti i lavori previsti, compreso il montaggio di una nuova antenna a stilo e di un accordatore d’antenna supplementare per poter dialogare su tutte le frequenze.
Il 30 maggio il Lycia è splendente e pronto a ricevere gli amici che ci accompagneranno nel primo tratto di crociera che ci vedrà ripercorrere tutte le Vanuatu da sud a nord, poi il nuovo itinerario raggiungerà le Banks, Torres, l’arcipelago di Santa Cruz e le isole più a Sud delle Solomon. Il 15 maggio ci raggiungono Sergio, oramai un veterano del Lycia, e Luca che anche quest’anno girerà un filmato di questa crociera dal quale uscirà una trasmissione su Rai3 e un filmato molto più completo sulle Vanuatu e sulle Solomon, il primo di una serie che consentirà a molti di condividere questi viaggi in terre lontane.
La navigazione di circa 1500 miglia si snoda in tre arcipelaghi con traversate non molto lunghe ma che non consentono una vita a bordo di tipo balneare. La prerogativa di questo tipo di crociera non sono le soste in baie contornate da spiagge bianche in cui crogiolarsi al sole dopo un bel bagno, ma la conoscenza degli usi e costumi degli abitanti dei vari villaggi, la navigazione in isole dove la cartografia è incerta, dove si possono trovare reef non segnalati oppure ancoraggi da favola nelle cui acque non si può fare il bagno perché vi sono i coccodrilli; è un viaggio di vera avventura perché si conosce poco o nulla di dove si va e cosa si trova. La navigazione ai tropici vicino all’equatore può essere alquanto scomoda sia per le calme di vento, alternate a groppi violenti, sia per i piovaschi o veri e propri nubifragi quando la zona di convergenza intertropicale (ZIC) ti aggredisce. Per quanto ci si documenti su quanto si andrà a trovare al suo arrivo, alcuni posti rimangono una sorpresa e solo dopo averli vissuti per qualche tempo se ne scopre il vero fascino.
La pioggia, la mancanza di sole, la spiaggia che quando scende la marea si rivela un pantano di fango misto a corallo, la cartografia che risale all’epoca delle prime scoperte, la pass per entrare nelle lagune con i bassifondi che devi passare a vista e che sul più bello scompaiono per il nuvolone e il piovasco che rendono tutto grigio, (compresi i capelli che si sono raddrizzati per l’adrenalina), possono trasformare una crociera immaginata con tuffi in acque bianche e soleggiate, in un tormentone che quando non è stressante è almeno noioso. Non è una vacanza per tutti: la lunghezza dei trasferimenti richiede molto tempo a disposizione, la mancanza di approvvigionamenti è un altro fattore negativo, per non parlare della precarietà dei collegamenti aerei che possono essere garantiti solo nell’aeroporto principale , nel resto delle isole i collegamenti variano a seconda del tempo, se è piovoso o meno, con piste d’atterraggio che per raggiungerle devi attraversare fiumiciattoli e strade fangose con le valigie sulle spalle. Ciononostante le Vanuatu e le Solomon sono i posti più affascinanti e coinvolgenti del sud Pacifico. I colori non hanno nulla da invidiare a quelli della Polinesia ma con più verde, i reef, ricchi di una varietà incredibile di coralli sono fra i più belli al mondo, i pesci sono moltissimi e non è raro vedere mante giganti saltarti a qualche metro; ma la vera bellezza e il vero fascino di questi posti sono le popolazioni, e soprattutto i bambini: i loro sorrisi, la loro gioia, i loro occhi quando con le piroghe di legno, scavate nei tronchi, vengono sottobordo a offrirti dei frutti che hanno raccolto nel bosco, non li dimentichi più. Cercherò nel corso della descrizione di questo lungo viaggio di rendervi partecipi di queste mie emozioni.

Il viaggio
Il 30 maggio 2005 partiamo da Port Vila nell’isola di Efate (Vanuatu), a bordo siamo in 8. In realtà non vogliamo fare una crociera nelle isole Vanuatu perché le ho già navigate in lungo e in largo lo scorso anno, ma Roberto, Sergio, e Jack non hanno ancora visto i saltatori con le liane di Pentecoste , quindi decidiamo di effettuare delle veloci tappe per arrivarci di sabato, giorno dei salti.
La prima sosta la facciamo nella baia di Havannah da dove salpiamo il mattino presto per l’isola di Epy distante 75 miglia. L’aliseo è vivace e la giornata che sembrava bruttina diventa una giornata di quelle che ti sogni la notte prima di salpare; sole splendente e vento al traverso che ci fa filare a velocità sostenuta verso la baia di Lamen a nord dell’isola, dove arriviamo poco prima del tramonto. Qui l’anno scorso abbiamo visto il dugongo.
Il mattino dopo partiamo con tempo pessimo e con l’aliseo a più di 25 nodi verso l’isola di Ambrin che è in realtà un enorme vulcano sempre coperto da nuvoloni neri e minacciosi. Arriviamo velocemente alla punta nordovest dell’isola che doppiamo per dirigerci poi sull’isola di Pentecoste distante una quarantina di miglia. A ridosso della costa il vento cessa, ma nel canale tra le due isole il vento accelerato dalle montagne ci investe a 30 nodi e ci fa fare una bolina entusiasmante sino alla spiaggia di Homo bay dove si trova il villaggio di Willy che è il capo villaggio e l’organizzatore dei salti.
Il giorno dei salti piove, come spesso succede in questa isola, e la torre dei salti, per la sfortuna dei nostri amici, non è nel posto dove l’anno prima li avevamo visti ma molto più distante e su una collina piuttosto scoscesa e scivolosa; ma la fatica è ampiamente ripagata da uno spettacolo unico al mondo. La sera ceniamo al villaggio, poi il mattino successivo sotto un cielo grigio e minaccioso salpiamo per percorrere le 60 miglia che ci separano da Luganville la capitale dell’isola di Espiritu Santo, l’isola più a nord delle Vanuatu da dove faremo le pratiche di uscita e dove effettueremo gli approvvigionamenti, soprattutto di carne e verdure fresche che qui sono abbondanti e a buon mercato.
I nuovi amici che sono a bordo non possono mancare l’avventura della “Millenium Cave“, un percorso avventuroso dentro un fiume, in parte sotterraneo, con rapide e cascate che si raggiunge partendo da un villaggio nella foresta e dopo aver attraversato un fiume sotterraneo abitato da innumerevoli pipistrelli. Luca mette la custodia subacquea alla cinepresa e con una camera d’aria gonfia per sostenersi nel fiume, documenta, non senza difficoltà, tutto; i nostri avventurosi , Daniela, Roberto, Jack, Luca rientrano alle otto di sera dopo averci messo in apprensione per la mancanza di notizie. Sono tutti provati ma soddisfatti.
Festeggiamo l’avvenimento e la partenza dalle Vanuatu al ristorante del resort nell’isola di Aore di fronte a Louganville, con aragoste e fiumi di chardonnay. La sosta a Luganville è durata due giorni ed è servita a rimpinguare la cambusa di cibo fresco e vino australiano e rifornirci di acqua e gasolio.
La prossima meta è la baia di Palikulo ben protetta dall’aliseo e contornata da spiagge bianche; all’interno vi sono due navi arrugginite portate sul reef da un uragano. Il giorno dopo navighiamo lungo costa sino alla parte più a nord delle Vanuatu da dove faremo il salto verso la prima isola delle Banks, Santa Maria.
Arriviamo al tramonto nel ridosso di Port Olry, un incanto da lasciarti senza fiato. L’ancoraggio è protetto da un’ isola e da una lingua di sabbia, un ridosso praticamente perfetto. Sulla terra vi è un villaggio molto ben organizzato rispetto allo standard di questi posti, e nella capanna della missione troviamo, sotto una catasta di stracci, un computer e un collegamento internet, da non credere!
Il tempo peggiora notevolmente e una brutta perturbazione ci obbliga a una sosta di due giorni. I venti soffiano da SW ad oltre 35 nodi e nell’isola di Santa Maria gli ancoraggi sono completamente esposti. Partiremo quando il vento girerà a E, SE , nel frattempo facciamo bagni e visitiamo il villaggio che è totalmente invaso dalle mucche e ogni capanna è recintata da filo spinato per tenerle lontane. I bambini, come consuetudine, ci circondano curiosi e festosi, troviamo anche un fornaio a cui commissioniamo del pane che verrà cotto in un forno rudimentale fatto di bidoni.
Le Banks e le Torres
Le Banks sono un piccolo arcipelago a Nord delle Vanuatu e assieme alle Torres costituiscono l’ultima provincia delle Vanuatu chiamata TorBa; sono le più incontaminate e le più lontane dal turismo che qui è praticamente sconosciuto. Sono una decina di isole più una miriade di isolotti ed offrono alcuni ripari ben protetti e villaggi dove le barche di passaggio, che veramente si possono contare sulle dita di una mano, sono le benvenute. Noi non ne abbiamo incontrata nessuna.
Salpiamo da Port Olry con destinazione Santa Maria. L’intenzione e di ancorarsi in una baia a Ovest ben protetta dal vento da Est e SE , ma quando arriviamo l’onda della burrasca da SW non si è ancora placata e rende l’ancoraggio insostenibile. Decidiamo quindi di proseguire per Sola, nell’isola di Vanua Lava che è anche la capitale dell’arcipelago. Nella baia di Sola si accede attraverso il Maseunar Channel situato fra l’isola principale Vanua Lava e la piccola isola Kwakea contornata da un grande reef. Ci prepariamo a un atterraggio con il buio, abbastanza stressante, perché la cartografia di questi posti è totalmente “sballata” rispetto al GPS e anche facendo le opportune correzioni, non consente un atterraggio con la precisione di 80-100 metri.
Abbiamo il radar, quindi proseguiamo fiduciosi. Il vento rinforza e fortunatamente ci consente di effettuare il passaggio tra i reef ancora con la luce. Poi al crepuscolo, quando il sole sta per tramontare, gettiamo l’ancora in dieci metri di acqua di fronte alla capitale delle Banks, che in realtà è un villaggio di capanne striminzite di fronte a una bella spiaggia. Grande mangiata e poi una sana dormita. Domani mattina vedremo dove siamo arrivati.
Al mattino scendiamo per fare conoscenza con i locali. In effetti troviamo un villaggio con qualche costruzione pubblica e il posto di polizia e dogana che ci chiede i documenti della barca. Noi avevamo fatto le pratiche di uscita dalle Vanuatu a Luganville e non ci aspettavamo certo un posto di confine qui. Spieghiamo, grazie a Davide (che conosce bene il dialetto delle Vanuatu avendo lavorato per un progetto umanitario due anni a Tanna, un’isola a sud delle Vanuatu), la nostra situazione e il doganiere gentilissimo ma inflessibile ci invita a fare un nuovo ingresso e quando ce ne andremo una nuova uscita. Veniamo a sapere che solo un’altra volta, a memoria loro, una barca ha effettuato le pratiche di dogana e polizia da questo sperduto posto di confine.
Gli abitanti di Sola sono disponibili e gentili. Roberto e Jack che si erano feriti con i coralli; poiché la ferita si stava infettando in maniera preoccupante vengono portati con un pick-up, l’unico esistente a Sola, di proprietà della provincia , sino al dispensario e dopo essere stati visitati, curati e punturati, viene loro somministrata della penicillina da prendere per i prossimi sette giorni, il tutto per una spesa di 1 euro circa.
In questa isola vi sono delle splendide cascate che arrivano direttamente al mare. Sfortunatamente l’onda che proviene ancora da SW ci impedisce di andarci con la barca, organizziamo però una gita con una piccola lancia locale , una specie di gozzetto di 5 metri aperto con un motore fuoribordo da 50 cavali, per il giorno dopo. Il viaggio si rivelerà un’avventura perché questa barchetta affronterà in certi punti le onde dell’oceano. Il sito delle cascate che formano delle piscine ai margini del mare è un incanto e Luca filmerà anche questo posto sperduto e difficilmente raggiungibile.
L’isola ha circa 1500 abitanti e un piccolo aeroporto su prato, in un posto da “Indiana John”. Sull’isola vi sono delle missioni anglicane e la scuola primaria; è un luogo felice dove tutto scorre lento e regolato dalla natura, vi sono due piccolissimi negozi di alimentari e cianfrusaglie e un resort locale con due bungalow, molto essenziale, che vende gasolio e birra. Anche qui i bambini sono la costante gioiosa.
Il giorno dopo, effettuate le formalità di uscita, salutiamo tutti , garantendo al doganiere che saremmo andati direttamente alla prima isola delle Solomon.
Ovviamente mentivamo, perché avevo avuto notizie che sull’isola di Ureparapara vi è un villaggio incastonato in un fiordo, che altro non è se non la caldera di un vulcano crollato. Non posso mancarlo.
L’ingresso della baia che porta al villaggio di Ureparapara è da rimanere a bocca aperta, ma la stessa rimane ancora più aperta quando i nativi, vistici arrivare, ci vengono incontro con le piroghe piene di bambini e ci comunicano che il doganiere di Sula, quello che ci aveva raccomandato di andare direttamente alle Solomon, li aveva avvisati tramite l’unico telefono esistente sull’isola del nostro arrivo e che a bordo eravamo otto italiani very friendly.
Ci fermiamo un solo giorno in questo villaggio incantevole e fatti i dovuti omaggi al capo villaggio, commissioniamo aragoste e maialino per la nostra cambusa fresca. Le verdure e la frutta ci arrivano in quantità industriale e per il maialino ci offrono il privilegio di ucciderlo noi, cosa che rifiutiamo subito in cambio della testa e delle zampe dello stesso che verranno regalate al carnefice. Mettiamo il maialino sotto vino e spezie e cuciniamo le aragoste. Il mattino dopo salpiamo per le Torres che ci dicono essere ancora più custom delle Banks.
La navigazione è piacevole e lenta come si conviene a questi posti che devono scorrere pian piano negli occhi perché sono luoghi talmente agli antipodi dove difficilmente ritornerò.
Arriviamo, dopo aver lasciato alla nostra sinistra le isole di Toga e Lho, a Tegua nella baia di Lonakwarenga verso il primo pomeriggio. L’acqua è limpida, la spiaggia sotto il palmeto bianca, il classico paesaggio tropicale da cartolina.
Notiamo solo una capanna, e poco dopo ci viene incontro una piroga che stranamente non ha il bilanciere il che significa che ci stiamo avvicinando allo stile delle piroghe delle Solomon. Il tipo della canoa ci chiede se vogliamo delle aragoste che andrà a pescare come cala il buio. Ci racconta che nella capanna abita una sola famiglia, la sua, e che ogni tanto nella baia ormeggia un peschereccio di cinesi e che le donne hanno paura di essere rapite. Il villaggio, di duecento anime, si trova a 3 km da qui verso lo stretto canale che separa quest’isola da Metoma e Hiu le isole più settentrionali.
La notte, alle quattro, picchiare la barca. Esco e vedo l’amico della piroga con sette bellissime aragoste. Sono assonnato e taglio corto sulla trattativa, gli do l’equivalente di sette euro, ma a lui sarebbe piaciuto di più scambiare con vestiti o oggetti, ma l’ora non era la più indicata per il mercanteggio. La semplicità di questi posti è sconvolgente; i nativi lavorano solo per i bisogni primari, non sono affatto condizionati dal superfluo, vivono in perfetta simbiosi con la natura e i bambini sono la loro vera gioia: li coccolano, li vezzeggiano e dedicano tutto il loro tempo portandoseli a pesca e nel bosco quando vanno a raccogliere la frutta e gli ortaggi. Sembra di vedere un quadro di Gauguin con il sonoro. Qui ritrovi tutto quello che la civiltà occidentale ha cancellato in un secolo e mezzo di “progresso”. Ti rendi conto in maniera brutale come l’occidentale sia indifeso in un contesto naturale dove manca l’organizzazione, dove l’ospedale più vicino si trova a due ore di aeroplanino che non sempre può atterrare. Alle sei di sera cala la notte e il buio totale e tutto è regolato dal ritmo naturale delle cose; se fa caldo sopporti il caldo, se piove ti bagni, poi ti asciugherai strada facendo; se ti ammali impari a convivere con il dolore; i trasporti vengono effettuati con piroghe scavate nei tronchi e l’unico mezzo di locomozione sono i remi per la gran parte della popolazione, infatti i nativi hanno un corpo perfetto. Con questo non voglio dire che rinuncerei ai vantaggi che la civiltà mi ha offerto, ma voglio semplicemente sottolineare che il progresso ha condizionato molto i nostri atteggiamenti sino a causare danni pesanti di carattere esistenziale e questi luoghi e questa gente con la loro vita semplice ci pongono di fronte a riflessioni inevitabili.
L’arcipelago di Santa Cruz
Lasciamo le Torres la mattina all’alba con il sole che sta sorgendo e ridossati dalle isole, il Lycia fila senza rollio verso l’isola di Ndendo dove nella grande baia di Graziosa si trova il primo posto doganale delle Solomon.
L’arcipelago di Santa Cruz è una provincia delle Solomon molto distante dalla capitale Honiara. Geograficamente è più vicino alle Vanuatu, ma politicamente appartiene alle Solomon: è composto da sei isole con atolli e isolotti sparsi su una vasta area di mare. È qui che lo scopritore delle Marchesi, delle Vanuatu e Solomon, lo spagnolo Mendana , nel suo secondo viaggio partendo dal Cile e diretto alle Molucche, volle fondare una colonia e vi trovò la morte per malaria.
La navigazione di circa 210 miglia è stata da manuale: di giorno aliseo fresco, oceano calmo con un’onda al massimo di due metri, notte stellata da planetario, all’arrivo una leggera nuvolaglia causata dall’altezza delle montagne dell’isola. Per evitare di allungare di 10 miglia la navigazione, effettuiamo l’ingresso nella baia da ovest tra l’isolotto di Tomotu Neo e l’isola principale: l’accesso è da cardiopalma in mezzo a reef non segnalati e a correnti molto forti. Ormeggiamo di primo mattino al molo sgangherato per la pratica doganale e d’immigrazione della capitale Lata.
Scendiamo con Davide, che oramai è il nostro interprete ufficiale, per fare le pratiche d’ingresso. Sorpresa ! La dogana è stata tolta l’anno scorso, è rimasta solo una stazione di polizia coadiuvata dalle forze di pace australiane che devono garantire l’ordine, ma soprattutto garantiscono gli occidentali che hanno un’attività alle Solomon, vale a dire il taglio delle foreste. Ci consentono di rimanere senza ingresso invitandoci a fare tutte le operazioni a Honiara , la capitale, quando arriveremo fra qualche giorno.
Ci stacchiamo dal molo sgangherato per andare in fondo alla baia dove tutto sembra più tranquillo. La baia si inoltra per 4 miglia e le sue acque sono profondissime e non consentono un ancoraggio se non in prossimità della riva sud , dove appunto ci dirigiamo. La riva è costellata di capanne e in fondo alla baia un pescatore ci indica un posto d’ormeggio vicino a un fiume. Ancoriamo in 20 metri di fondo su fango e corallo, un sito incantevole, se non ci fosse segnalata la presenza di coccodrilli lungo il fiume. La notte sentiamo guaiti laceranti, qualche cane che è andato ad abbeverarsi al fiume è stato attaccato dal coccodrillo. Cominciamo ad abituarci a convivere con questa realtà e in seguito impareremo a conoscere i posti a rischio, da quelli sicuri.
In fondo a questa baia facciamo conoscenza con l’unico personaggio velico del nostro viaggio. Un solitario neozelandese che sta scendendo alle Vanuatu. Ha il motore in avaria, le vele rotte e l’ancora incattivata in una testa di corallo a 20 metri di profondità. Lucio, che quando c’è da immergersi non si tira indietro, si offre di andare a liberarla. Preparata tutta l’attrezzatura, si immerge a 7–8 metri e vede delle sagome girargli intorno: sono squali di non si capisce quale specie, e siccome l’acqua è torbida schizza in superficie come una boa: l’ancora rimanga pure dov’è! Il solitario è d’accordo, un’ancora la si ricompra la vita no!
Isola di Santa Ana
Partiamo al primo levare del sole per l’isola più a sud del gruppo delle Solomon, l’isola di San Cristobal, distante 230 miglia; di fronte, nella parte più a sud, vi è una piccola isola chiamata Santa Ana dove si trova il villaggio di Ghupuna e dove cercheremo di arrivare prima del tramonto del giorno successivo anche se non disponiamo dei permessi d’ingresso, ma l’isola è talmente sperduta che non ci preoccupiamo più di tanto. La navigazione è stata caratterizzata dalla zona di convergenza intertropicale che nel frattempo ha invaso la zona, cielo completamente coperto, forti temporali, vento da calmo a rafficato e piovaschi ripetuti. Fortunatamente il mare è rimasto abbastanza tranquillo e anche se abbiamo fatto poca vela, non abbiamo avuto sballottamenti vistosi.
Arriviamo a Santa Ana verso le due del pomeriggio, giusto dopo avere pescato una bella lampuga per la cena. Appena ormeggiati nella bellissima baia di port Mary di fronte a una spiaggia bianca contornata da capanne su palafitte, siamo stati oggetto di visite da parte di tutte le piroghe presenti sulla spiaggia. Purtroppo, il fatto di non avere il permesso d’ingresso e l’impegno di sbarcare un membro d’equipaggio fra tre giorni, ci costringono a partire il mattino dopo senza approfondire il contatto con questo villaggio.
Da Honiara ci separano 180 miglia ed è quello che ci apprestiamo a fare il mattino successivo.
Guadalcanal - Honiara
Una "marmottina" delle Solomon

Al mattino troviamo un tempo pessimo, ma appena protetti dal ridosso della alta costa di San Cristobal l’onda diminuisce e il vento accelera sino a raggiungere i trenta nodi. Filiamo come schegge poi, appena entrati nel canale che separa San Cristobal da Guadalcanal, (l’isola in cui si trova la capitale Honiara e dove siamo diretti per le pratiche d’ingresso), il vento diminuisce a venti nodi e la notte il cielo si rasserena regalandoci una magnifica stellata.
Al mattino seguente arriviamo in vista di Honiara. Dopo tanto verde e assenza di luci sulla costa , scorgiamo i primi edifici e numerose navette e traghettini alla fonda di fronte ai moli della città.
A Honiara non esiste un marina e il porto commerciale consiste in una serie di banchine completamente esposte alla risacca dell’aliseo e impraticabili dalle barche di piccolo dislocamento. L’unica possibilità è ancorasi a ovest del promontorio di Point Cruz di fronte allo yacht club che altro non è se non un bar in cui si danno convegno tutti i bianchi presenti a Honiara. Ci sistemiamo con due lunghe cime sugli scogli a terra e con l’ancora al largo; siamo perfettamente ridossati e usiamo il canotto per scendere sulla spiaggia dello YC per effettuare le pratiche.
Lucio e Davide si occupano delle formalità, che si rivelano semplici e senza difficoltà, domani ci lascerà Jack e fra quattro giorni Daniela e Roberto.
Andiamo a visitare questa cittadina che ci era stata descritta come una città a rischio dove la sera è sconsigliabile circolare .
La cittadina è brutta, anzi molto brutta, ma dopo un poco che la pratichi riesci a capirla meglio; della delinquenza paventata nemmeno l’ombra, anzi le persone sono gentili e cordiali e provengono da tutte le isole delle Solomon perché qui, lo impareremo più tardi, è l’unico posto in cui puoi trovare di tutto.
Questa accozzaglia di personaggi che circolano per strada, unita alla miriade di negozi cinesi che vendono dai pettinini ai taglia-erba, il quartiere cinese che sembra uscire da una scena del film Mezzogiorno di fuoco e il mercato della frutta e verdura e del pesce che raggruppa centinaia di persone sotto un enorme capannone aperto, fanno sì che questa cittadina di 30.000 abitanti sparsi nelle capanne sulle colline circostanti, abbia una sua anima. Non rappresenta lo spirito delle Solomon, così come Port Vila non rappresenta lo spirito delle Vanuatu, ma rappresenta la proiezione della nazione nei prossimi anni. Qui trovi tutto quello che serve e tutto quello che è inutile e qui avverti in maniera vistosa la differenza tra i villaggi dove gli abitanti vivono in simbiosi con la natura e i bambini sono liberi e coccolati, e i nativi che trasferitisi qui per guadagnare soldi, vivono l’alienazione di non potersi permettere il superfluo. In questa cittadina è cominciata la lotta alla sopravvivenza e lo sfruttamento e la sopraffazione è evidente in ogni attività.
La popolazione delle Solomon è di razza melanesiana con capelli crespi, tipo marmotta, pelle nera e fisico quasi perfetto, almeno nei maschi; vi è anche una certa mescolanza con la razza polinesiana e con quella indocinese che migliorano ulteriormente i lineamenti e il risultato è che le ragazze hanno bei visi e fattezze più che gradevoli; se poi aggiungiamo la loro vera attrazione verso la razza europea, si capisce l’entusiasmo che ha contagiato i due “galletti di bordo”, Lucio e Davide. I nostri due intraprendenti giovani naviganti hanno trascorso le poche notti di sosta a Honiara ricevendo lo stesso entusiasmo e lo stesso trattamento che le polinesiane di Tahiti riservarono ai marinai del capitano De Buganville duecentocinquant’anni anni fa quando la sua nave gettò l’ancora nella rada dove oggi sorge Papete.
Honiara offre molte occasioni per acquisti a basso prezzo e così il Lycia si è arricchito di un generatore di corrente Yamaha e di una macchina da cucire tipo Singer.
Honiara, e in generale tutta l’isola di Guadalcanal, non offre ridossi con baie dove fermarsi per un bagno o per la notte, il poco turismo che esiste è quasi esclusivamente dovuto ai ricordi del conflitto che ha visto americani e giapponesi nell’ultima guerra disputarsi la supremazia del sud pacifico. In queste isole si svolsero cruenti battaglie che fecero decine di migliaia di morti a cui ne va aggiunto un numero quasi uguale per la malaria e per i coccodrilli che abbondano negli estuari dei fiumi dove i soldati si nascondevano. L’intero arcipelago è costellato di relitti di aerei, navi e cannoni e anche il defunto presidente degli Stati Uniti, JF Kennedy, fu affondato nei pressi di Gizo sulla sua nave chiamata PT109.
Ma le Solomon sono soprattutto un arcipelago intatto le cui foreste sono talmente fitte da essere impraticabili e i legni pregiati che crescono qui hanno interessato grosse compagnie straniere presenti in numero massiccio.
Alle Solomon vi sono lagune tra le più estese al mondo disseminate di reef, atolli e isolette che creano un dedalo di canali e baie di una bellezza da toglierti il respiro. Le barche da diporto sono praticamente sconosciute e nell’arco di un anno si possono contare sulle dita di una mano. Di fatto ho percorso più di 1600 miglia senza incontrare una barca se non a Gizo dove nel pieno della stagione se ne contavano cinque. I villaggi, incastonati nelle baie e sulle sponde delle lagune con le loro capanne su palafitte, sono rimasti quelli di un tempo, senza luce elettrica, senza gas e senza niente che non sia lo stretto necessario e la curiosità che spinge i bambini alla barca nelle loro piroghette portandoti fiori o quant’altro, è commovente. Tutte queste bellezze naturali e umane sono presenti in abbondanza nella West Province la cui capitale è Gizo. Qui il turismo, favorito dal governo, è soprattutto subacqueo perché le strutture alberghiere sono minime. In tutta l’area della West Province si contano un hotel a Gizo e tre piccoli resort nelle lagune con qualche bungalow.
E’ per vedere e per vivere tutto questo che il 28 di giugno, sbarcati Daniela e Roberto e imbarcati i nuovi amici arrivati dall’Italia, salpiamo da Honiara diretti a Gizo nella West Province dopo una crociera di una settimana nella selvaggia isola di Florida e una breve sosta di tre giorni nella bellissima Russel Island.
Arcipelago di Florida
È un arcipelago in mezzo al canale che separa Guadalcanal da Malayta , distante circa 25 miglia da Honiara, composto da una decina di isole e isolette e da innumerevoli baie e reef, boscoso e selvaggio. Un canale tortuoso, il Mboli Passage che assomiglia più a un fiume venezuelano che a uno stretto di mare, separa le due isole principali di Ngela Sule e Ngela Pile. Lungo le sue sponde si aprono baie fantastiche con villaggi di capanne, la foresta arriva sino al mare e le baie sono circondate dalle mangrovie e dai reef. Più volte ci è capitato di vedere le mante saltare fuori dall’acqua navigando in questo eden incontaminato dove gli unici altri abitanti sono le aquile, i gabbiani, i pappagalli. I nativi a bordo delle loro piroghe percorrono questo stretto canale lungo circa 7 miglia che sfocia a nord in una baia dalle acque trasparentissime con un reef al centro i cui coralli sono vivi e giganteschi.
Nella baia vi sono due villaggi, uno è una scuola-collegio molto grande, Siota, l’altro si chiama Mboromole, molto pulito e ordinato con capanne su palafitte; quando andiamo a visitarlo è domenica e la gente esce da messa. I bambini sono numerosi.
A Honiara, nei negozi dei cinesi, avevamo comperato una quantità industriale di lecca lecca che qui chiamano loli e cominciamo a distribuirli; nel volgere di mezz’ora tutto il villaggio è presente. Noi siamo la seconda barca che passa di qui negli ultimi due anni e ci intratteniamo con il capo villaggio sotto una capanna adibita a riunioni. Ci offrono le noci di betel da masticare con una polvere bianca ricavata da corallo cotto e frantumato che conferisce un sapore acidulo in contrasto a quello aspro del betel e che trasforma la salivazione e i denti in un rosso carminio. Qui tutti, donne e bambini compresi, ne fanno un uso quotidiano e sputano continuamente, una cosa abbastanza ripugnante. Il betel è presente in tutti i mercati, e anche nei villaggi più sgangherati vi è sempre un piccolo mercato di betel, polvere bianca e sigarette sciolte fatte in casa con tabacco avvolto nella carta di quaderno.
Lucio, Davide e Gianfranco organizzano una partita a pallone con i giovani del villaggio. Il pomeriggio sarà un viavai di piroghe intorno alla barca.
L’arcipelago della Florida ha molti villaggi, ma contrariamente alle altre isole, non tutti gli abitanti sono ben disposti nei confronti dei rarissimi turisti che arrivano sin qui via mare.
Uno di questi si trova su Tananbogho Island che visitiamo perché ci viene segnalata la presenza di numerosi relitti giapponesi sia in mare che nella foresta. L’approccio con il capo villaggio è già stonato. Appena messo piede sulla spiaggia ci viene detto che dobbiamo pagare; la voglia di andarsene è tanta, poi il capo villaggio ci fa visita a bordo con molti ragazzotti che si aggirano per la barca; la cosa non mi piace, ma non faccio nulla. Il mattino dopo ci siamo accordati per andare a vedere i reperti dell’ultima guerra e i delfini nell’isola di Ghavutu che un canadese di Vancoover cattura e addestra come in un circo per poi venderli in Messico agli acquari dove, per la gioia dei bambini, salteranno in una piscina-prigione.
Rientriamo a Honiara il giorno 6 luglio per imbarcare Gino proveniente da Bari con cui proseguiremo per Russel island e la West Province e qui ci accorgiamo che mancano i due binocoli di bordo.
Russel Island
È un arcipelago molto frastagliato con centinaia di isole e isolotti. I reef sono estesi e le baie molto protette, ma poco adatte a barche da diporto per la profondità delle acque.
Ci arriviamo dopo una piacevole veleggiata di 55 miglia e andiamo a ormeggiarci in fondo alla baia di Tillotson Cove circondata da mangrovie, in completa solitudine e ben ridossati da tutti i venti.
Il giorno dopo percorriamo il canale di Sera Me Ohol, che separa le due isole principali di Pavuvu e di Mbanika. Usciamo in oceano protetti da numerose isole e isolotti e dopo aver costeggiato il lato ovest di Pavuvu, andiamo ad ormeggiare nella profonda baia di Nggee Bay, in fondo, di fronte al villaggio polinesiano di Nukufero situato presso la foce di un fiume. I nativi ci segnalano la presenza di numerosi coccodrilli, ma non sembrano preoccuparsi più di tanto; prendono alcune precauzioni e il bagno lo fanno in forma collettiva perché dicono che il coccodrillo è timido e teme la moltitudine. Noi non aderiamo a questa tecnica, ce ne stiamo in barca e scendiamo con il canotto a visitare il villaggio che troviamo disordinato e alquanto trasandato.
La notte , dopo aver cenato, salpiamo per La laguna di Marovo nella West Province che dista circa 80 miglia.
West Province
La traversata è piacevole, l’oceano tranquillo e al mattino giungiamo nei pressi della pass che ci introduce nella Laguna di Marovo considerata, a giusta ragione, l’ottava meraviglia del mondo.
In effetti con il nome di Marovo viene definito l’insieme delle lagune della West Province, che sono diverse e tutte incredibilmente belle. Marovo è la più nota e per estensione viene usato il nome anche per le altre che si chiamano Kolo, Nolo, Vona Vona, Roviana ecc.
In effetti noi entriamo nella laguna di Kolo attraverso il passaggio di Wickham , una pass profonda e compresa tra due isole. All’interno la laguna è esattamente quello che si sogna immaginando un ambiente tropicale: isolotto circondato da spiagge bianche e palme, reef turchesi e acque blu, ormeggio solitario e una o due piroghe che stanno in disparte; la giornata di sole a picco e totale assenza di nuvole, decisamente fuori dalla norma per lo standard delle Solomon, contribuisce ad amplificare il concetto di eden. Una vera cartolina che però durante la notte si modifica regalandoci piovaschi e cielo grigio antracite.
Il giorno dopo salpiamo perché tutto il gruppo di amici, tranne Gino, sbarcherà a Seghe, villaggio della laguna di Marovo. La navigazione prevede il periplo meridionale dell’isola di Vangunu in parte protetta dal reef, ma abbastanza esposta all’onda oceanica,
Il tempo è grigio e piove, la navigazione tra i reef richiede una certa accuratezza e da ora in avanti dovremo convivere con questa realtà. La nostra meta è un ormeggio in una baia chiusa da ogni lato e circondata dalla foresta nella piccola isola di Matikuri. Sulla punta dell’isola vi è un tentativo di resort, con tre bungalow. L’ormeggio è stupendo e molto sicuro, per fortuna, perché la notte si scatena il maltempo più duro da quando sono arrivato alle Solomon: raffiche di vento a trenta nodi, ma soprattutto temporali e pioggia torrenziale per l’intera notte. L’ancora tiene benissimo perché il fondo e di fango compatto, inoltre il provvidenziale incontro con un pescatore ci permette di preparare una cena a base di aragosta. Al mattino la laguna è marrone per l’acqua che è dilavata dai fiumi; ci sembra di navigare in un pantano e l’elica muove un’acqua che assomiglia più alla cioccolata che all’oceano.
Arriviamo a Seghe, il villaggio dove Luca, Daniela, Caterina, Elena e Gianfranco sbarcheranno. Il villaggio è modesto, la strada che conduce all’aeroportino è fangosa , la pista è di erba e corallo cementato a tratti, residuo della originaria costruzione americana risalente al conflitto del ‘45 e la aerostazione, se così si può definire, è più simile a un pollaio che a un edificio. Chiediamo del volo per Honiara e l’addetto della Solomon Airlines ci informa che non sa quando partirà, dipende dalle piogge, ma aggiunge di non preoccuparci perché appena saprà qualcosa ci chiamerà dalla sponda, tanto la barca è ormeggiata a poche decine di metri. Nel pomeriggio abbiamo conferma che al mattino successivo arriverà l’aereo per Honiara. I nostri amici si rilassano e grazie alla generosità di due pescherecci giapponesi che pescano perennemente nelle acque delle Solomon e a un po’ di tabacco sfuso, possiamo festeggiare la partenza con un sashimi “imperiale” a base di tonno pinna gialla di dieci chili.
Il mattino dopo accompagniamo gli amici che sbarcano e appena il piccolo aeroplano prende il volo, salpiamo per il villaggio di Sasaghana nell’isola di Marovo all’interno della laguna dove incontriamo una barca; è un australiano che fa charter e che è alla sua ottava crociera da queste parti. Sarà un incontro importante perché avremo molte “dritte” non solo per questi posti ma anche per la Papua Nuova Guinea che lui conosce bene e che sarà la nostra meta del prossimo anno.
La laguna, con i suoi colori e le centinaia di isole e isolotti a perdita d’occhio, è fantastica ma la navigazione è da infarto. Le carte dell’istituto idrografico delle Solomon, che da un anno ha chiuso i battenti, sono imprecise e servono solo a dare un’idea approssimata di dove ci si trova, si deve navigare a vista e quando non c’è il sole i reef non si vedono affatto. Passiamo su bassifondi di 3 metri e mezzo con il nostro pescaggio di 3 metri; finalmente, passata una barra di 5 metri che ci separa dalle acque più profonde della baia del villaggio, gettiamo l’ancora e tiriamo un sospiro di sollievo.
Non passa mezz’ora e siamo circondati da piroghe di tutte le dimensioni e da bambini di tutte le età, da un anno sino a tredici. Solita cerimonia della distribuzione dei loli, e delle magliette. Facciamo conoscenza anche con gli artisti che lavorano il legno i quali ci sottopongono delle bellissime sculture di pesci, ciotole, aquile, bastoni e altri oggetti di grande gusto tutte realizzate con legni pregiati come il Rose Wood, il Queen Ebony, il King Ebony e il Kerosene Wood. I prezzi, se comparati con i nostri standard europei, sono ridicoli e con pochi euro comperiamo una certa quantità di manufatti. Il problema sarà portare tutta questa roba in Italia.
Per il pomeriggio organizziamo un’escursione con una battella di un nativo nella pass nei pressi dell’isolotto di Uipi, distante una quindicina di miglia nella parte nord della barriera che chiude la laguna, dove c’è un piccolo resort australiano e dove ci viene segnalato un giardino di corallo molto bello e una quantità di squali e altri predatori. I proprietari del resort non vedono di buon occhio l’intrusione di turisti non clienti e l’accoglienza al bar è piuttosto tiepida. In compenso la pass si rivela all’altezza della sua fama e squali e grandi pesci non mancano.
Nel tardo pomeriggio uno sciame di bambini sale a bordo del Lycia per vedere i filmati della Polinesia e delle Vanuatu che abbiamo realizzato gli scorsi anni. Ci riempiono di verdura e rimangono sino a quando, oramai buio pesto, ci imponiamo di rispedirli nelle loro capanne non prima di avere loro regalato magliette, loli, penne e riviste europee. Lucio scatta un fiume di foto, alcune veramente di grande effetto.
Il giorno dopo riattraversiamo la laguna di Marovo per raggiungere quella di Nono da dove salperemo alla volta dell’isola di New Georgia. La navigazione è sempre difficile e sfioriamo la testa di un corallo. La sera ci ormeggiamo nella baia di Votana nell’isola di Vangunu; il tempo comincia a guastarsi e al largo vediamo il mare imbiancarsi di creste spazzate dal vento. Domani dobbiamo uscire dalla protezione di questa laguna e doppiare l’isola più a sud della lunga barriera, dal nome poco rassicurante di isola del Morto.
Si potrebbe risparmiare una quindicina di miglia passando su una barra di 4,5 metri, Hele Passage, ma la mancanza di segnalamenti, l’imprecisione delle carte e il mare formato che anche nella parte estrema della laguna crea onde di due metri, ci convincono rapidamente per la rotta più lunga. Boliniamo sino all’isola con una forte corrente contraria, poi, una volta doppiata la stessa, il mare si placa completamente e filiamo a 8 nodi verso Viru, un fiordo naturale scavato nella roccia , un po’ come Bonifacio in Corsica.
L’ingresso del fiordo è abbastanza facile incassato tra due pareti a strapiombo che però alla loro base sono circondate da reef insidiosi e dopo una gincana entriamo in questa protetta baia e ci ormeggiamo al centro. Ovviamente siamo soli e subitamente circondati da piroghe di donne che incuriosite si fermano di ritorno dall’orto. Un locale ci porta nel villaggio di Tombe che, a dispetto del nome, è tra i più belli incontrati alle Solomon. Facciamo provviste di frutta raccolta direttamente dagli alberi e per la prima volta mi imbatto nelle uova del Megapode, un uccello delle dimensioni di un piccione con il piumaggio nero e zampe enormi che prolifica nell’isola di Simbo (distante un centinaio di miglia da qui) e che produce delle uova di dimensioni doppie rispetto a quelle di gallina, poi appena fatte le sotterra nel terreno nero del vulcano. Queste uova hanno poco albume e grande tuorlo, sono molto nutrienti e le donne le riservano ai bambini piccoli come ricostituente. Noi facciamo la prima frittata di uova di Megapode , supernutriente, però mi è rimasto il dubbio di come fa un uccello così piccolo a fare delle uova così grandi, ogni giorno sarà una sofferenza.
Isola di Rendova
L’isola di Rendova dista circa venti miglia da Viro.
La navigazione durante la stagione invernale è comoda e piacevole con l’aliseo in poppa o al lasco e con l’oceano poco mosso perché il tratto di mare che si chiama Blanche Channel è protetto pressoché da tutti i lati.
Arriviamo rapidi alla costa Nord di Rendova dove si trovano ottimi ancoraggi e reef rigogliosi. Scegliamo di ancorarci a Rendowa Harbour, un magnifico ridosso chiuso dalle isole Pao e Kukurana, con un villaggio in verità molto trasandato abitato da Malaitani trasferitisi qui. In fondo alla baia, in 10-15 metri d’acqua, vi è il relitto di un bombardiere giapponese, ma noi preferiamo visitare il reef che contorna l’ingresso dove vediamo coralli neri di dimensioni notevoli e abbondante pesce.
Nel tardo pomeriggio veniamo attorniati da canoe che ci offrono una varietà di sculture di notevole fattura e cominciano le trattative, più per il gusto che per la convenienza. Stiamo accumulando una notevole quantità di oggetti e non siamo ancora arrivati nella laguna di Vonavona e di Roviana dove ci segnalano la maggior presenza di artigiani, ma la curiosità sarà presto esaudita perché domani ci dirigeremo verso questa meta.
La notte la passo come l’Innominato dei “Promessi Sposi” perché mi aspetta il passaggio della barra di Munda, una striscia di bassofondo di 3,6 metri con la bassa marea, non segnalata, che permette di accedere alle due lagune evitando circa 40 miglia .
La barra è abbastanza protetta da una punta costituita da reef e isole, ma l’allineamento che viene riportato sul portolano è inesistente. Scopriremo poi che un segnale è completamente distrutto, l’altro è in controluce con la foresta e rimane invisibile sino a quando non ci si trova di fianco, la cartografia esistente è solo a grande scala e l’onda di riflusso con il vento che gira a Sud può generare una certa onda che farebbe diminuire ultreriormente il fondale. Per noi è necessario passare il Munda con l’alta marea.
La Laguna di Vona Vona e di Roviana
Per quanto mi riguarda, sono le più belle e come dicevo si accede o dalla barra di Munda a Sud o da un tortuoso, spettacolare e affascinante stretto, il Diamond Narrow , a Nord.
Noi entreremo da Sud e ne usciremo da Nord per raggiungere Gizo, passando per l’isola di Kolombangara.
La distanza che separa la costa Nord di Rendova dal passaggio di Munda è di sole dieci miglia e lo stretto fra le due isole è protetto e profondo; una volta doppiato il faro che segnala la punta sud dei reef della laguna di Roviana situato di fronte a un vulcano sottomarino che lasciamo a sinistra, l’onda cessa quasi completamente. Alla nostra destra vediamo l’isola di Munda con il reef su cui frange la risacca. Ci avviciniamo lentamente, l’agitazione aumenta con il diminuire del fondale che comincia a mostrare i coralli nell’acqua trasparente; cerchiamo di tenerci dove l’acqua è più blu, si fa per dire, perché oramai il fondo è come se fosse in superficie, lo scandaglio inizia a segnare 7, 6, 5 poi 4 e infine 3.8 metri, noi abbiamo la chiglia a 3 mt , la barra è lunga circa 200 metri che a noi sembrano 2000 poi, finalmente, il fondale aumenta e l’acqua diventa blu scuro come il cielo che nel frattempo si sta coprendo.
La navigazione per raggiungere l’ancoraggio di fronte al villaggio di Munda, ben protetto e dalle acque turchesi, all’interno della laguna, priva di cartografia e piena di reef non segnalati, trasforma il passaggio della barra di Munda in un gioco da bambini. Vaghiamo per la laguna con indicazioni vaghe, ricavate da un portolano abbastanza approssimativo e con diversi errori. Poi ci troviamo di fronte a un reef esteso da cui sembra non si possa uscirne, ci sono dei paletti piantati qua e là, ma la baia che si trova oltre il reef a circa trecento metri sembra inaccessibile. La luce non è favorevole, le nubi si addensano sempre più e minaccia pioggia, poi all’improvviso compare una barca a motore con un australiano a bordo, gli chiediamo se ci può indicare il passaggio per l’ormeggio di Munda, lo seguiamo e ci troviamo all’interno della baia in 9 metri di fondo con acque turchesi. Appena gettata l’ancora siamo circondati dagli scultori, ricomincia il mercatino sulla coperta del Lycia che, va detto, è l’unica barca presente e quindi anche gli scultori hanno ben poca possibilità di allargare la propria clientela.
La Laguna di Vona Vona è estesa, tempestata di isole e isolette e chiusa all’oceano dall’isola omonima, da altre isolette minori e dalla barriera corallina che garantisce al suo interno acque totalmente calme.
Una delle isolette sulla barriera è l’isola dei teschi, Skull Island, dove su un tumulo di sassi vi sono raggruppati sotto un tempietto le teste dei nemici uccisi nei conflitti che imperversavano fra le tante tribù che abitavano queste isole. Il luogo, anche se minuscolo, è suggestivo e assieme ai teschi troviamo la cosiddetta custom money, ricavata da particolari conchiglie che fino a qualche decennio addietro erano la moneta di scambio di queste popolazioni. Ancora oggi i locali, specie i giovanotti dei villaggi più isolati, pescano conchiglie incastonate nei coralli cervello, una specie piccola di nacchera perlifera, che chiamano Custom Money, e al cui interno spesso si trovano perle grezze . I ragazzi dicono che quando riescono a fare un’intera collana con queste perline, possono scegliere all’interno del villaggio la sposa che desiderano.
All’interno della laguna vi sono diversi villaggi sparsi sulle varie isole e un grande viavai di piroghe a remi, la pesca è abbondante e la vita si svolge all’insegna della libertà, della felicità e allegria, nessuno si vergogna se non lavora, gli basta pescare e la moglie andare nel bosco a prendere patate e frutti, i bambini quando non sono a scuola li vedi scorazzare nell’acqua o sulle piroghe a pescare .
L’istruzione è garantita dallo Stato, ma spesso è concordata con le varie missioni, che qui come nel resto del sud pacifico abbondano. Vi sono: gli SDA, che contrariamente alla sigla non è un’azienda di trasporti ma l’acronimo di Seventh Day Adventists; gli United Church megio noti come metodisti; i CFC che sono un’emanazione dei metodisti il cui acronimo significa Christian Fellowship Church ma più conosciuta con il nome di Etoisti dal fondatore Silas Eto più noto con il nomignolo di Holy Mama, un originario delle Solomon cresciuto alla scuola dei metodisti. Oggi il figlio ha preso la guida di queste anime ed è un ricco proprietario terriero; i cristiani romani; la Chiesa di Melanesia: la South Seas Evangelical Church; e chi più ne ha più ne metta… tutti hanno esportato il modello castigato occidentale intriso di regole rigide, obbedienza e sensi di colpa. Alcuni applicano addirittura severissime regole settimanali per cui nessun abitante del villaggio può avere contatto con estranei o giocare o pescare o lavorare, dal venerdi’ sera al sabato sera, perché devono pregare quattro volte al giorno. A noi è capitato nel villaggio di Mbambari nell’isola di Kolombangara di venire allontanati dalla spiaggia senza permetterci di toccare piede a terra da uno di questi addetti alla salvaguardia dell’anima, con tutti gli abitanti e i bambini che ci salutavano. In alcuni villaggi gestiti da questi missionari integralisti, specie gli egoisti, sembra di entrare in una specie di caserma-collegio dove la pulizia, assieme al rigore e alla tristezza, regna sovrana. Il contrasto con i villaggi e gli abitanti che vivono liberi da queste ferree regole occidentali è macroscopico.
Gli australiani considerano questi arcipelaghi come cosa loro, mandano aiuti e materiale per agevolare la crescita di queste popolazioni, ma in effetti hanno innescato una forma di colonialismo moderno che intrappola ogni iniziativa e autonomia dei locali. In tutte le riunioni governative vi è la presenza di un R.A.M.S.I. (Regional Assistance Mission to Solomon Islands), una sorta di sovrintendente australiano che verifica, pilota o condiziona molte scelte.
Il potere religioso occidentale è ovviamente garantito e favorito da questo neocolonialismo e il risultato è che la cultura e l’anima di questi popoli viene piano piano uniformata agli schemi occidentali. La semplicità, la mitezza di queste genti subisce senza un apparente disagio queste “imposizioni” che vengono contrabbandate per aiuti alla crescita e alla modernizzazione. Già nelle città questo si fa sentire e non passerà molto tempo che anche questo eden sarà soggetto alle regole di mercato, di costume, di prepotenza e di prevaricazione che caratterizzano il nostro oramai decadente occidente.
Aiutare senza imporre modelli sembra impossibile, aiutare senza ottenere privilegi sembra impensabile.
Ogni anno, parlando dal punto di vista nautico, muoiono per annegamento decine di persone che con piccole imbarcazioni aperte trasportano la popolazione da un’isola all’altra. Nessuno ha pensato di finanziare un servizio di trasporto veloce e sicuro, nessuno ha pensato di dotare queste piccole imbarcazioni di GPS e di VHF con una centrale in ogni provincia per il soccorso. Evidentemente è più importante obbligarli a pregare il sabato che obbligarli a indossare giubbetti salvagente durante le traversate.
Dimitry,un lungimirante abitante di Hunda, un piccolo villaggio sulla costa del canale di Blakett, che ha studiato all’estero da pilota, mi parlava di questi argomenti non con la rabbia di chi si sente invaso, ma con la tristezza negli occhi di chi non vede crescere la propria nazione nonostante il grande rumore che media e giornali locali attribuiscono agli aiuti occidentali e australiani in particolare.
Per poter girare le lagune e goderne appieno il loro fascino, il mezzo più idoneo è la barca a motore di poco pescaggio e un pilota locale che conosce bene tutti i reef e gli angoli più belli. Noi lo abbiamo fatto diverse volte e immancabilmente siamo rimasti sbalorditi dalla bellezza delle acque, dai paesaggi che mutano in continuazione, dalla gentilezza degli abitanti dei villaggi. Spesso lo abbiamo fatto sotto acquazzoni, alcuni molto forti, ma ci siamo abituati a convivere con questa realtà, quasi quotidiana, che oramai per noi non rappresenta un fastidio e ,sicuramente, non un deterrente per evitare questi posti.
Siamo andati a visitare delle lagune che si aprono dopo stretti passaggi dal mare con sponde circondate dalla foresta e dove non si nota la presenza dell’uomo, sicuramente lo stesso paesaggio che avevano incontrato sessant’anni fa giapponesi e americani che con le loro infernali macchine da guerra avevano ben pensato di venire nell’ultimo paradiso a combattersi. Girando tra queste sponde abbiamo visto cannoni mangiati dalla ruggine, nascosti nella vegetazione e ancora puntati verso il mare. Ci hanno fatto notare bombe anche di grosse dimensioni inesplose a terra e in acqua, alcune anche vicino alle capanne dove bambini, galline, cani e maialini scorrazzano quotidianamente. Queste isole sono diventati il sacrario per tutti i morti che ci sono stati, e a tutt’oggi sono meta di pellegrinaggio da parte di giapponesi e americani.
Gizo
La nostra meta finale è Gizo nell’isola omonima e seconda città delle Solomon. Qui sbarcheranno gli amici di questa crociera e qui imbarcheremo i nuovi arrivi per le crociere di agosto e settembre. Sempre qui rimarrà la barca con a bordo Lucio, oramai esperto conoscitore del Lycia e ottimo marinaio pronto al suo primo comando, per passare in sicurezza la stagione dei cicloni.
Per raggiungere Gizo usciamo dalla laguna di Vonavona attraverso il Diamond Norrow, che a differenza dei passaggi della laguna è ben segnalato e cartografato perché nella parte terminale nord, l’Hathorn sound, vi è il villaggio di Noro dove i giapponesi, in collaborazione con il governo delle Solomon, possiede una base peschereccia piuttosto grande per la pesca al tonno e una fabbrica di inscatolamento per l’esportazione in tutto il Sud Pacifico.
Il passaggio del Diamond Narrow è uno dei percorsi più belli del luogo; sembra di navigare attraverso le isole norvegesi in un dedalo di canali e boschi, fino a raggiungere al suo termine una strettoia serpeggiante che nel punto più breve non oltrepassa 50 metri. Poi la navigazione prosegue per Hathorn Sound e il Blacket Strait che separa l’isola di Kohingoo che chiude la laguna di Vona vona a nord e l’isola vulcanica di Kolombangara con il monte Veve alto 1775 metri.
Per entrare nella laguna di Gizo vi sono diverse pass. Scegliamo quella a Est formata da un reef con isolotto appena sporgente e la boscosa isoletta di Kasolo più conosciuta come isola Kennedy, perché qui si salvò il noto presidente degli Stati Uniti quando fu colpito con la sua vedetta PT109 da un siluro giapponese.
L’interno della laguna è ben segnalato, la giornata di sole al nostro ingresso ci regala uno spettacolo indimenticabile che non ci fa rimpiangere le lagune polinesiane.
Ormeggiamo di fronte al villaggio di Gizo che visto dalla barca ci sembra movimentato. Siamo ancorati di fronte al mercatino che si svolge in strada proprio sulla riva del mare, l’ormeggio è sicuro ma troppo disturbato dall’andirivieni di piroghe e motoscafini che giungono da tutte le isole per esporre la loro mercanzia e per gli acquisti che solo qui e ad Honiara sono possibili.
Gizo è un’accozzaglia di costruzioni decadenti cinesi con qualche edificio nuovo della società di telefonia, e la strada principale, sterrata, la fa assomigliare a un assonnato paese del Far West. Ma con il passare dei giorni ci accorgiamo che è una cittadina più che piacevole dove si trova praticamente tutto, con un buon ospedale, un hotel e qualche bar che il venerdì sera fa musica, un grosso centro subacqueo per le immersioni nelle lagune e sulle barriere. Frequentandola la si apprezza sempre più, e forte è il contrasto con i villaggi sulle isole.
Gizo possiede un aeroportino che collega regolarmente l’aeroporto internazionale di Honiara, ma non è sull’isola principale bensì su un’isoletta lunga e stretta di nome Nusatupe; la pista è di erba e corallo pestato e il collegamento con la cittadina di Gizo avviene con le solite battelle a motore con un servizio garantito dal Gizo Hotel che funziona da terminal.
Come ormeggio ci spostiamo di fronte al bar PT109 dove esiste un pontile per sbarcare con il tender e inoltre punto di partenza per le barche del Diving Adventures di Dewis.
Il venerdì sera è giorno di grande festa per i locali che vengono un po’ da tutti i villaggi. Dove c’è festa e musica si sa ci sono anche le “marmottine” che qui sono particolarmente carine. I nostri due giovanotti di bordo, che per l’occasione sono più interessati all’emancipazione femminile locale che allo splendore dei reef , fanno strage e il giorno dopo camminando per strada sono oggetto di sguardi languidi e di sorrisi smaglianti. Qui, ancor più che ad Honiara, la mancanza di pregiudizi agevola la conoscenza italo-solomonica tra i due giovani bianchi e un numero imprecisato di “marmottine colorate”.
Partendo da Gizo abbiamo visitato diverse isole con baie protette da ogni vento e villaggi con abitanti veramente gentili con cui abbiamo passato giornate spensierate. Cercherò di descrivere alcuni degli ancoraggi che abbiamo effettuato nell’arco di due mesi di crociere con partenza da Gizo.
Isola di Kolombangara
Villaggio di Mongga situato nella parte NW di Kolonbangara, è inserito in una baia fra le più belle dell’isola, circondato da una vegetazione fittissima e da mangrovie. Vi si accede attraverso una pass segnalata dal solo lato destro, ma i frangenti che si evidenziano con la bassa marea sul reef non danno possibilità di errori.
Il villaggio è in effetti un collegio di studenti di agricoltura e meccanica agricola gestito da una missione cristiana di Maristi. E’ l’unico posto della West Province che alleva mucche e fornisce di carne Gizo e i rari resort della provincia. Allevano anche galline e hanno una notevole produzione di uova. L’acqua è abbondante e sul piccolo molo vi è un rubinetto; con una piccola donazione alla missione abbiamo sempre riempito i serbatoi di bordo con ottima acqua di fonte. Le verdure ci sono state date dagli studenti di agricoltura che lavorano negli orti e la carne ci è stata venduta dal missionario addetto alla macellazione. Per accedere agli orti si deve camminare per un paio di chilometri nel bosco e attraversare un ruscello di acqua fresca. Gli studenti ci accompagnano volentieri e ci permettono di raccogliere personalmente le verdure che non hanno mai visto concimi né diserbanti, tutto è perfettamente naturale.
La baia è contornata da una spiaggia bellissima e da un reef che strapiomba nell’oceano e sulle cui pareti esterne si possono vedere con facilità pesci napoleone giganti, squali pinna nera, cernie e tartarughe. Le barche in questo posto sono molto rare e l’accoglienza è fra le più calde.
Numerose sono le aquile di mare che pescano continuamente in una zona della baia chiamata il pozzo delle sardine dove banchi di questo pesce si radunano a migliaia.
I villaggi di Hunda e Ireke nella baia di Hunda Cove
Sono situati nella parte sud sud-ovest dell’isola e oltre ai villaggi di Hunda e Ireke che si affacciano alla baia, sulla collina vi è il vilaggio di Kenna molto pittoresco e vivace.
Al villaggio di Kenna vi si accede lungo un sentiero argilloso in salita che quando piove ( e qui piove praticamente sempre), diventa scivolosissimo. I bambini fanno a gara per aiutarti a salire e a scendere da questi pendii e non è difficile, come è successo a me, sentirti come un vecchio impedito, sorretto da loro che invece saltano come cerbiatti da una pozzanghera all’altra a piedi nudi, mentre noi con le ciabatte sembriamo degli elefanti in un negozio di cristalli. Una volta arrivato finalmente al culmine della collina si apre un grande spiazzo erboso con numerose e curatissime capanne su palafitte, la grande capanna dove si ritrova la comunità, il tutto contornato da orchidee multicolori e dalla foresta, uno scenario fiabesco. La vista della baia da quassù è spettacolare.
I villaggi di Ireke e Hunda sulla costa della baia sono stracolmi di bambini che appena vedono una delle rarissime barche che sostano in questo paradiso si agitano e cominciano a cantare e ad avvicinarsi con mazzi di fiori, spesso orchidee selvatiche che ti donano con dei sorrisi smaglianti da metterti allegria. Questa baia l’abbiamo visitata tre volte e ogni volta è stata una grande festa, abbiamo organizzato partite di pallone con i piccoli, gare di nuoto e ogni tipo di divertimento acquatico.
Sulla parte destra di questa baia vi è una laguna molto profonda, disabitata e completamente chiusa da un bosco di mangrovie. La parte terminale che abbiamo percorso con il canotto è di fondo fangosissimo e abitata da coccodrilli di grossa taglia. Siamo arrivati quasi al termine di questo acquitrino, ma poi visto il colore cioccolato dell’acqua e l’ambiente poco rassicurante, abbiamo fatto marcia indietro e siamo ritornati alla barca.
Nella parte sinistra dove sfocia un fiume, gli abitanti mi hanno detto che vi è un solo coccodrillo piccolo che è molto timido. I locali ci hanno segnalato che in uno stagno vicino al villaggio di Hunda vi sono numerosi coccodrilli. Lucio armato di macchina fotografica e cavalletto si è precipitato assieme a uno stuolo di ragazzini che gli hanno indicato la strada, ma anche dopo appostamenti solitari, neanche l’ombra di un coccodrillo; forse perché era giorno, anche se i ragazzi confermavano dai rumori la presenza di questi per noi invisibili rettili.

Ringgi Cove
È la mia baia preferita , anche se la prima volta che vi sono arrivato, me ne sono subito andato perché ormeggiatomi con una pioggia torrenziale, mi sembrava un ambiente tetro e desolato; è esattamente il contrario, vi sono molte capanne lungo la foresta che contorna la baia, e un fiume che si inoltra per diverse miglia all’interno della foresta con rapide e acque fresche che creano piscine di acqua profonda dove ci si può tuffare dagli alberi che sovrastano il corso del fiume e da corde legate dagli indigeni agli alberi per far giocare i bambini; un vero paradiso terrestre, una ambientazione da film di Tarzan.
Attraverso uno strettissimo canale dove ci passa a malapena il nostro canotto, una specie di tunnel scavato nel corallo e nella foresta, probabilmente artificiale, opera dei giapponesi nell’ultima guerra, si accede a un’altra baia, grande e piena di reef. Intorno a questa baia vi sono cannoni e residuati bellici e i fondali sono incredibilmente ricchi di pesci e conchiglie. Un pescatore sub di uno dei villaggi affacciati sulla baia ci offriva spesso aragoste, cicale, calamari e tridacne di notevole dimensione. Questo pescatore è talmente bravo nella pesca che quando gli abbiamo regalato una maschera e delle pinne ha voluto a tutti i costi seguirci nella baia successiva per pescare la notte per noi. Abbiamo acconsentito e, messa la sua piroga sulla coperta del Lycia, lo abbiamo traghettato sino alla baia di Hunda distante dieci miglia. La notte ci ha pescato sei belle aragoste, una cicala di mare, e sei grossi calamari che ho cucinato fritti.
I bambini oramai quando vedono il Lycia salgono a bordo, anche perché a turno abbiamo fatto guidare loro il canotto, cosa che li ha fatti inorgoglire non poco. Le bambine ci portano dei fiori e vogliono fare le treccine a Sandra che acconsente di buon grado. I bambini, ai quali abbiamo regalato pennarelli colorati, ci hanno fatto dei disegni in cui è rappresentato tutto il loro mondo: la foresta, le capanne i pesci e le tartarughe, il Lycia e gli alberi tagliati.
L’impresa inglese che ha l’appalto del legname di questa zona, ha costruito tre chilometri all’interno un villaggio con caratteristiche europee compreso strade, scuole, segnaletica stradale, compreso un enorme dosso sulla strada principale per rallentare nella zona delle scuole.
Sopra la collina di questo villaggio vi sono le ville dei bianchi con il prato tagliato all’inglese e un club attivo solo il venerdì sera che alle Solomon è il vero giorno di festa. Vi è un campo da tennis e un vivaio molto esteso e ben organizzato dove la compagnia che taglia i tronchi pianta minuscole piantine in serra per il rimboschimento, e questo mi hanno detto va avanti oramai da vent’anni. Una bella iniziativa che andrebbe estesa a tutte le compagnie, australiane, cinesi, malesi ecc, che si occupano della raccolta di legname pregiato delle Solomon.
Questi sono solo alcuni dei villaggi e delle baie che ho visitato in questi mesi, e la costante è stata l’accoglienza calorosa e curiosa degli abitanti, in prevalenza bambini . Abbiamo visitato anche stupende isolette circondate da fondali meravigliosi e da qualche misera capanna. In tutti i posti ho visto gente felice, bambini e mamme sorridenti e il loro maggiore interesse era salire a bordo per veder come è all’interno una barca che attraversa gli oceani provenendo da un posto very faraway.
Il prossimo anno la rotta mi porterà a visitare l’arcipelago delle Luisiade in Papua Nuova Guinea, l’ultimo gioiello di questo incantevole Oceano Pacifico, poi attraverso lo stretto di Torres entrerò in Indonesia. Sicuramente i luoghi e gli abitanti tanto diversi mi entusiasmeranno, ma sin da ora so che la sovrapopolazione, l’integralismo religioso, la quasi ossessionante burocrazia del sudest asiatico non mi regalerà gli stessi momenti che ho vissuto in questi lontani arcipelaghi dell’Oceano Pacifico e un certo rimpianto rimarrà. Nel frattempo mi sto adoperando per raccogliere più informazioni possibili sui luoghi e sui tratti di mare che andrò a solcare il prossimo anno, e questo è già un navigare.

Antonio Penati
12 settembre 2005
Isola di Gizo – West Province- Solomon Islands


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