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| Il viaggio intorno
al mondo del Lycia. |
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Baia delle Vergini (Isola di Fatu
Hiva-Arcipelago Marchesi)
11 maggio 2002 |
| di
Antonio Penati |
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| Nuku Hiva, Marchesi |
Appena sbarcato Pippo nellisola di San Cristobal (Galapagos)
e salutate le otarie che pescavano intorno alla barca, siamo partiti
alla volta di puerto Villamil nellisola di Isabella. A motore
ci apprestiamo a coprire le 110 miglia che ci separano dal nostro
prossimo scalo; il vento è assente, come spesso accade in
questo arcipelago, il mare è calmo, con londa morta
delloceano che ci spinge di poppa.
Allalba del 16 aprile siamo in vista di Puerto Villamil, unansa
incisa nella costa vulcanica, protetta da isolotti lavici e da bassifondi
semi affioranti. Nella piccola rada ci sono una ventina di barche
tutte in procinto di attraversare loceano Pacifico e quasi
tutte dirette alle Marchesi che è anche la nostra meta.
Anche qui ad Isabella gli animali non mancano e, sorpresa, sulle
rocce laviche, con una temperatura dellacqua di 29° e
dellaria di 33°, assieme a iguana, cormorani, sule e pellicani,
compaiono i pinguini. Veramente le Galapagos non finiscono di stupirmi!
In fondo alla rada galleggiano alla fonda le barchette dei pescatori,
e un molo inavvicinabile a causa dei bassifondi, funge da banchina
per le chiatte che scaricano, da occasionali carrette del
mare, materiale e provviste per approvvigionare il paese che
dista 2 km.
Il villaggio è lindo e le strade in terra battuta sono in
ordine, latmosfera è rilassata e di grande quiete,
la frenesia qui è sconosciuta.
Sulla sinistra del molo, al di sopra di una spiaggia bianca e incastonato
tra una folta vegetazione di mangrovie, vi è il più
singolare yacht club che mi é mai capitato di vedere. Henry
Segovia, Equadoreño di origine spagnola, ne è il proprietario
e gestore, assieme alla sua bellissima famiglia.
Legate tra le mangrovie vi sono delle amache, una capanna di legno
e palme funge da bar allombra delle piante e alcuni tavoli
improvvisati, con panche che sono semplicemente delle tavole trovate
in mare, compongono il ristorante; non mancano le bandiere, appese
a filari di cime, lasciate dagli yacht che sono salpati per la lunga
traversata. Troviamo tra queste anche quell italiana del nostro
amico veneziano Stefano del Liandante che ci ha preceduto di qualche
giorno e che sentiamo attraverso i collegamenti radio. Lintraprendente
Henry provvede a rifornire le barche di gasolio, acqua, pesce o
qualsiasi cosa si abbia bisogno.
Assieme al Lycia in rada vi è il Maistracc di Andrea e Chicca
che faranno con a noi la traversata del Pacifico.Ci organizziamo
per unescursione al vulcano a cavallo e la visita al centro
Darwin delle tartarughe e prendiamo appuntamento con un taxista
che, il giorno prima di salpare, ci porterà in alcune fattorie
a fare scorta di verdura e frutta fresca.
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| L'arrivo a Fatu Hiva
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Il paesaggio è austero e tutta la pianura di Villamil altro
non è che la grande colata lavica del vulcano che le piogge
hanno leggermente rinverdito con arbusti ed erbe che con il caldo
seccheranno lasciando il terreno arido e invivibile. Andrea e Chicca,
Stefano e laltro Andrea partono per lescursione in pick-up
e a cavallo per il vulcano, io invece, che non amo molto il cavallo
come mezzo di trasporto, ed Enrico ci rechiamo al centro Darwin
a vedere le tartarughe. Alla sera gli escursionisti equestri tornano
distrutti: stupenda la vista dal vulcano perché la giornata
è tersa, ma un sole allucinante, la sella rudimentale dei
cavalli, e lautista del pick-up con manie da formula uno sulle
strade sterrate e piene di buche li ha provati non poco! Risultato:
Chicca torna con uninsolazione, Andrea con le chiappe distrutte,
laltro Andrea con unemicrania fortissima.
A me ha impressionato la dimensione delle testuggini, le tartarughe
terrestri, veri fossili viventi. Nel centro ve nerano di 80-100
anni e pesanti centinaia di chili; qui vengono allevati i loro piccoli
sino alletà di un anno cosicché da risultare
di dimensioni abbastanza grandi per non essere prede di rapaci e
altri animali predatori; quindi vengono portati nei boschi e sulle
rive che contornano i 5 vulcani di Isabella che costituiscono il
loro habitat naturale.
Il giorno 19 veniamo raggiunti da Franco e Simone che traverseranno
il Pacifico con noi. Il loro viaggio non è stato proprio
rilassante, e tra un nubifragio a Guaijaquil durante latterraggio
verso lEcuador, e i voli interni alle Galapagos con aeroplanini
che perdevano olio e pezzi da tutte le parti, sono arrivati piuttosto
allucinati.
Sabato 20 aprile partiamo, con Andrea e Chicca seduti nel cassone
di un pick-up, verso le fattorie per fare approvvigionamento di
frutta e verdura. Attraversiamo distese aride di cactus e arbusti
e poi foreste e boschi verdissimi; prima raggiungiamo la fattoria
di un austriaco stabilitosi a Isabella diversi anni fa; la fattoria
è tenuta come un giardino delleden e vi cresce ogni
ben di dio e qui per pochi dollari acquistiamo angurie, un casco
di banane verdi, meloni, limoni cetrioli e erbe aromatiche dorigine
europea come basilico, menta, origano, erba cipollina, ecc. Quindi
ci trasferiamo in unaltra finca dove andiamo di
persona a raccogliere ananas, peperoni, cetrioli ecc. il tutto riempirà
il cassone del pick-up. La spesa totale è di 75 dollari comprensiva
del noleggio della macchina con autista.
A mezzogiorno cena allo Yacht Club e nel pomeriggio
preparazione della barca per la navigazione. Fissiamo il canotto,
stiviamo le taniche di gasolio supplementare in coperta, stiviamo
tutta la frutta e verdura, prepariamo il bidone di sopravvivenza.
Allindomani mattina alle 9 si parte per la grande avventura
del Pacifico, il cielo nel frattempo si fa scuro, ci sono temporali
e piovaschi un po ovunque, come premessa non cè
male!
Lascio le Galapagos con molta nostalgia e ne conserverò il
ricordo per sempre. Speriamo che questo divieto di edificare qualsiasi
cosa, lo scudo che le autorità del parco hanno posto alle
tentazioni cosiddette di insediamenti turistici intelligenti
e integrati nella natura duri in eterno perché un
posto così è irripetibile.
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| Cavalli selvaggi sulla
spiaggia di Hiva Hoa |
Traversata dellOceano Pacifico
La rotta ortodromica tra Isabella e Fatu Hiva è di 2943 miglia,
ma noi che dobbiamo salire rapidamente verso i 5° sud per trovare
gli alisei di sud-est ne faremo in realtà circa 3100.
Andiamo a motore per uscire dalla rada e per guadagnare il mare aperto
per circa 4 ore, poi il vento da sud gira a sud-est e ci mettiamo
in rotta. Il Lycia inizia a prendere un buon passo con il vento al
traverso e, aiutati dalla corrente a favore, filiamo a 8-9 nodi verso
la prima notte di questa lunga traversata. Lequipaggio deve
prendere ancora confidenza con londa, e un certo torpore e i
sintomi iniziali del mal di mare fanno le sue prime vittime.
Dietro di noi, il Maistracc che è più piccolo, perde
terreno; dora in avanti ci sentiremo via radio, al nostro arrivo
il loro distacco sarà di circa 570 miglia, una differenza più
che giustificabile dalle diverse dimensioni delle due barche.
Contavo, almeno nelle ore notturne, di usare il pilota automatico,
ma come tutte le diavolerie elettroniche che non si guastano mai,
quando non sono indispensabili, nel momento in cui invece devono ripagarti
degli elevati costi sostenuti per il loro acquisto, ti lasciano a
piedi. Questo accade, ovviamente, il primo giorno: attiviamo il pilota
perché stiamo andando a motore e dopo qualche minuto, beep!
suona lallarme e compare la scritta che ti segnala un guasto.
Consultiamo subito il manuale che ci dovrebbe indicare il tipo di
guasto e, seguendo le istruzioni, abbiamo la soddisfazione di sapere
che dobbiamo rivolgerci al centro assistenza più vicino, stupendo!
Ma non ci scoraggiamo, a bordo disponiamo di un assortimento di professioni
che ci consentiranno di intervenire sul posto: io che mi intendo di
meccanica ma sono negato per lelettronica, vengo subito scartato;
restano uno psicologo, un costruttore di macchine a raggi X, un assicuratore,
uno che sta cercando la sua strada e non la trova ed un esperto in
sistemi informatici. La scelta è facile: Franco, linformatico,
si occuperà della diagnosi e della successiva riparazione.
Viene tolto lo strumento e depositato sul tavolo della dinette. Franco,
come un vero chirurgo, apre linvolucro, noi siamo tutti intorno
al tavolo ad assistere il primario, fuori a sbrigarsela con i 20 nodi
dellaliseo abbiamo lasciato il Nonno Enrico, arzillo
73enne. Franco estrae la scheda elettronica dentro la quale si annida
il micro componente che ha deciso di suicidarsi nel momento meno opportuno.
Franco scuote la testa, noi pendiamo dalle sue labbra. Simone che
doveva montare al primo turno della notte chiede: è riparabile?
Mah risponde Franco, bisogna fare qualche esperimento.
Ed è a questo punto che si scatenano le trovate più
geniali: ponti, by-pass, collegamenti volanti, fili ovunque per due
giorni.
Risultato
. Niente da fare!
La navigazione a questo punto inizia il suo tran-tran, le miglia si
susseguono e proseguiamo molto veloci, le medie sono elevate e cominciano
a sentirsi le prime timide previsioni, ci mancano ancora 2500 miglia,
una vita, ma lequipaggio inizia ad essere in forma, latmosfera
a bordo è rilassata e i turni di timone si sono inseriti nella
normalità quotidiana assieme ai pasti, ai festeggiamenti per
delle ricorrenza che inventiamo per avere il pretesto di aprire una
bottiglietta e brindare, ai collegamenti radio con Andrea e Chicca,
con DJ e con gli amici che sono già alle Marchesi e che ci
trasmettono notizie talmente belle da farci desiderare di arrivare
al più presto.
La traversata è stata veramente pacifica; un solo
giorno abbiamo avuto laliseo che ha toccato punte di 30 nodi,
ma per il resto la media è stata sino a 1000 miglia dallarrivo
di 15 nodi. Le prime 2000 miglia le abbiamo percorse in 12 giorni
alla rispettabile media di 170 miglia al giorno, poi laliseo
provenendo da est è calato a non più di 10 nodi e ne
abbiamo impiegato altri 7 giorni per arrivare a Fatu Hiva. Il mare
non è stato sempre tranquillo e, diverse volte abbiamo ballato
per onde incrociate, ma non è mai stato grosso o impegnativo,
almeno per il Lycia che è abbastanza grande e con un forte
pescaggio che smorzava parecchio il rollio delle onde al traverso. |
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Rangiroa,
la pass di Avatoru |
Abbiamo avuto un bellissimo incontro con un branco di globicefali
di oltre 4 metri che ci hanno accompagnato per diverse miglia; quasi
sempre abbiamo avuto qualche uccello che ha navigato con noi e come
incontri con altre navi abbiamo incrociato a 500 miglia dalle Marchesi
dei pescatori, ma anche le loro lenze lasciate in superficie che hanno
costretto il nostro coraggioso Andrea, eletto da noi tutti,
volontario, ad un tuffo in pieno oceano per tagliare i cavi
che ci stavamo trascinando sino alle Marchesi. Poi una misteriosa
nave giapponese che sembrava una nave idrografica ma che non ha risposto
ai nostri ripetuti appelli per VHF e infine altri pescherecci prima
delle Marchesi. E sicuramente una delle rotte casalinghe più
deserte che ci siano. Abbiamo pescato lampughe e tonni di cui uno
di 15 Kg, ma la nostra attrezzatura da pesca era troppo sottodimensionata
per i pesci che abboccavano; abbiamo perso molte esche e quella più
micidiale si è rivelata un rapalà di 15cm, grigio con
striature rosse, perso anche lui dopo il tonno di 15 kg.
Larrivo a Fatu Hiva è avvenuto allalba dell11
maggio e lo spettacolo che ci si è presentato era come lavevo
immaginato leggendo il libro di Stevenson Nei mari del sud.
La tanto celebrata Baia delle Vergini (Baia di Hanavave in marchesano)
si trova appena girata punta Teaite hoe a nord dellisola. Lo
spettacolo delle guglie laviche che spuntano dalla foresta pluviale
e dalle palme a cui fanno sfondo le creste delle montagne, è
imponente e mozzafiato e non puoi non immaginare, memore delle immagini
del film Gli ammutinati del Bounty, di veder comparire le piroghe
degli abitanti che, stracolme di belle Wainèe con il fiore
nellorecchio ci accolgono con collane di fiori e danzano il
tamurè salutando con Aloa, Aloa. In effetti una piroga ci passa
vicino prima di entrare nella baia, a bordo cè un polinesiano
grasso e brutto e una donna di dimensioni bibliche che non ci degnano
nemmeno di uno sguardo, come se fossimo stati qui da sempre! Provo
a stuzzicare la loro cortesia e mi sbraccio in festosi saluti, rispondono
con un salutino senza sorridere. Mi si è ridimensionato un
altro mito! Poi gli amici che sono alle Marchesi già da qualche
settimana mi diranno che altrove le cose stanno diversamente ed è
solo a Fatu Hiva e, soprattutto in questa baia che i locali non hanno
la proverbiale disponibilità e accoglienza che invece è
la regola di tutte le altre isole, poiché qui arrivano praticamente
tutti i velieri che attraversano il Pacifico e questo continuo contatto
con loccidentale e la sua presunzione, unitamente allinsistenza
di ottenere a qualsiasi costo pesce e generi alimentari, ha modificato
lapproccio che questa brava gente aveva con i pochi giramondo
degli anni passati.
Comunque, mentre vi scrivo ho davanti a me il più bel palcoscenico
del mondo: la scenografia che mi appare sembra provenire da unopera
wagneriana, è semplicemente maestosa e se il paradiso terrestre
inizia qui, devo dire che ha veramente un bel portone dingresso.
Alle Marchesi mi fermerò sino alla fine di maggio da dove proseguirò
con altri amici che arriveranno dallItalia per le Tuamotu; prima
di andarmene vi racconterò come sono le altre isole che compongono
larcipelago e che visiteremo nei prossimi giorni; vi racconterò
anche dei loro abitanti i cui antenati hanno incantato Gauguin, Jaques
Brel e molti altri illustri personaggi. Intanto vi auguro un buon
inizio destate e per dirla in marchesano A pae ( a presto ) |
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