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A vela da Roma verso Capo Horn e i ghiacciai andini
di Eugenio Forcellati
VERSO LA TERRA DEL FUOCO.
Dopo aver navigato controvento e con mare duro nel Mediterraneo ci fermiamo per qualche giorno a Gibilterra per rifornimenti, acquisti, piccole riparazioni. Il 24 Ottobre attraversiamo le Colonne d’Ercole con un gagliardo vento di levante entrando nell’Oceano Atlantico a 10 nodi di velocità.
Il Tari II, con le vele a farfalla, vola sull’acqua alzando a prua dei baffi spumosi nei quali decine di delfini giocando si intrecciano lasciando dietro di loro scie fosforescenti: siamo in oceano!
La navigazione si svolge tranquilla sino a Las Palmas (Isole Canarie) ed a Sao Vincente (Arcipelago di Cabo Verde), dove ci riforniremo per l’attraversata atlantica che ci porterà a San Salvador di Bahia in Brasile.
Il 15 novembre dopo esserci letteralmente riempiti di nafta (400 lt) acqua (650 lt nei serbatoi più 250 lt. in bottiglia) e viveri (sufficienti per un esercito) lasciamo la baia di Mindelo (Sao Vincente).
NELLA TERRA DEL FUOCO.
Guardando sulla carta generale del globo ci sembra incredibile di essere arrivati sin laggiù… alla fine del mondo. Nella Baia Aguirre, Sarah, la ragazza che è con noi, tentando di sbarcare sulla spiaggia con il tender, a causa della risacca, cade ed assaggia la temperatura delle acque australi: 8°C!
La mattina seguente all’alba, instancabili e vogliosi di raggiungere la meta, salpiamo alla volta di Porto Williams nell’isola di Navarrino.

Ora però il Sud non ci perdona più e ci dà il benvenuto spingendoci contro un vento forza sette che, con groppi violenti e grandinate asfissianti e pungenti, ci farà penare per tutto il giorno.
Stanchi ed infreddoliti entriamo a Caletta Banner alle 19,00 LT: 15 ore di bordi di bolina strettissima, condotta con sola randa con tre mani di terzaroli e motore, contro raffiche di vento che a volte toccano i 40 nodi.
L’Armada Cilena ci permette di ormeggiare al loro corpo morto ma non di sbarcare a terra, essendo questa una zona strettamente militare.
La baia è stupenda: isolette piccolissime e verdissime che emergono in un’acqua chiara e piena di kelp (alga locale), leoni marini che si avvicinano alla barca e ci scrutano curiosi, pinguini che "passeggiano" a coppie, albatros che volteggiano nel cielo ed un’infinità di altri uccelli a noi sconosciuti, tutto in un paesaggio bellissimo, ....da fiaba.
La mattina seguente il vento fischia sempre da ovest ma dobbiamo andare, dobbiamo cercare di rispettare la tabella di marcia che ci pone ad Ushuaia per il 24 di gennaio.
Alle primissime luci del giorno, con un freddo che ci taglia il volto, (o quel poco che rimane scoperto), riprendiamo la nostra battaglia contro il vento e dopo altre 13 ore di dura bolina, giungiamo a Porto Williams dove ormeggiamo allo Yachting club MICADA e ottemperiamo alle varie procedure burocratiche per l’entrata in Cile.
P.to Williams è un paese di 1800 anime prevalentemente popolato da militari con le loro famiglie e da colonie di albatros. Lo yachting club è una nave in disarmo, fatta arenare appositamente in modo da creare un punto di attracco dove le barche di passaggio danno volta alle loro cime di ormeggio.
La mattina del 24 gennaio lasciamo Porto Williams alla volta di Ushuaia che raggiungiamo dopo 24 miglia percorse in quasi calma di vento.
Ushuaia, con il ghiacciaio Martial che la sovrasta, ultimo avamposto argentino prima del continente antartico, con i centri commerciali ed i turisti, Ushuaia la nostra meta dopo 3 mesi e 13 giorni, il nostro punto di partenza verso Capo Horn ed i ghiacciai andini.

VERSO CAPO HORN.
Ad Ushuaia imbarchiamo tre amici ed il 27 gennaio partiamo verso il capo dei capi: Capo Horn! Rotta verso Est, nel canal del Beagle, di nuovo Puerto Williams dove eseguiamo le pratiche d’entrata in Cile e pernottiamo.
L’indomani, dopo una veloce navigazione di 25 miglia, giungiamo a Puerto Toro dove incontriamo un pescatore, Carlos Barria,con il quale scambiamo una bottiglia di vino e qualche capo di vestiario usato per delle granseole indimenticabili. Alla domanda <quanto ti dobbiamo?> ci siamo sentiti rispondere <non voglio soldi, qui con i soldi non ci facciamo nulla……> lascio ogni commento a chi legge!
Alle 06,15 del 29 gennaio lasciamo Porto Toro ed entriamo nel Passo Goree tra l’isola Navarino e l’isola Lennox: segnaliamo il nostro passaggio sul VHF, canale 16, alla Armada Cilena e ci accingiamo ad attraversare la famigerata Baia Nassau, famosa per i suoi colpi di vento capaci di alzare onde di sei o sette metri.
Entriamo nell’arcipelago delle isole Wollaston ed attraverso il Passo Bravo arriviamo all’isola Herschel dove diamo fondo all’ancora nel mezzo di Caletta Martial in 10 mt di acqua. C’è una pace da non credere, un silenzio irreale rotto da uno splasch di un delfino solitario. Scendiamo a terra ma, oltrepassata la spiaggia, dopo pochi metri ci rendiamo conto di quanto sia difficile procedere verso l’interno a causa della fitta vegetazione che sbarra letteralmente il cammino impedendoci di proseguire.
Siamo a sole 22 miglia in linea d’aria da Capo Horn!
Le previsioni meteo dell’Armada cilena e del nostro amico Raffael de Castello (Rueda de los navigantes) ci danno per il giorno successivo venti da SO 20/25 nodi: cominciamo realmente a credere di poter riuscire a vedere il mitico capo!
Il 30 gennaio, giorno del compleanno di mia figlia Alessia alla quale dedico questa giornata più che unica della mia vita, lasciamo Caleta Martial alle prime luci dell’alba, momento in cui il vento è più calmo. Entriamo terzarolati nel canal Franklin, lasciamo sulla sinistra l’isola Epove addentrandoci in un dedalo di grossi vortici, generati dallo scontro delle correnti che girano attorno alle isole. Il vento è a 20 nodi (di bolina tanto per cambiare), entriamo nel Paso Oriental tra l’isola Hermite ed Herschel, puntando verso sud in modo da lasciare a sinistra l’isola di Hall e da guadagnare il più possibile verso ovest nel caso il tempo peggiorasse. Nel frattempo il cielo si annuvola con strati bassi che vanno a coprire le vette delle isole ed inizia a piovere ghiaccio (da queste parti quando piove non cadono gocce d’acqua ma minuscoli e pungenti chicchi di ghiaccio).
Una volta scapolata l’isola di Hall ecco che la Isla de Hornos si staglia perfettamente alla nostra sinistra! E’ il momento di poggiare, l’emozione è forte, siamo tutti senza parole, il vento aumenta, il Tari accelera, siamo al lasco con tre mani di terzaroli alla randa e mezzo genoa rollato, il vento è sui 25 nodi e man mano che ci avviciniamo ai 56°S aumenta sempre di più. Siamo eccitatissimi! Ed ecco che alle 09,15 LT in lat. 55°59'885 N e long. 67°15'500 W doppiamo il mitico Cabo de Hornos!
Brindiamo eccitatissimi mentre spruzzi di acqua gelida salgono sulla coperta ma a questo punto poco ci importa: ce l’abbiamo fatta.
Lo spettacolo è a dir poco sconvolgente, l’isola di Hornos è lì, a neanche mezzo miglio alla nostra sinistra, con le sue pareti a picco scolpite dal vento e dal mare che vi frange contro violentemente. Sulla sua cima si scorge il famoso monumento all’albatros e la casetta dell’alcante dell’Armada Cilena (che vive sull’isola per un anno intero con la moglie ed un bambino di cinque anni).
Non ci vogliamo credere: siamo così fortunati da avere anche le condizioni favorevoli per poter sbarcare sull’isola! L’alcante, infatti, contattato via radio, ci conferma che all’interno di Caletta Leon non vi è risacca e si può sbarcare tranquillamente con il tender.
Presto detto e fatto: dopo 30 minuti siamo sulla cima dell’isola a firmare il famoso registro ed a timbrare i passaporti nella casa dell’alcante mentre il nostro skipper/armatore Antonio rimane in barca data la impossibilità di dar fondo all’ancora.
Dopo neanche un’ora, salutati Mauricio e Jessica torniamo in barca e diamo di nuovo vela verso caleta Martial.
Avremmo voluto trascorrere qualche giorno in più in quei splendidi luoghi ma le previsioni meteo danno in arrivo una forte depressione da Sud che ci convince ad affrettarci nella via del ritorno.
Il giorno seguente verso Porto Toro e dopo Porto Williams per poi tornare ad Ushuaia.

I GHIACCIAI ETERNI.
Ushuaia, di nuovo questa città con il suo caos, le sue macchine: vi rimaniamo fermi per ben quattro giorni quando, passata la perturbazione, fatti i dovuti rifornimenti molliamo gli ormeggi alla volta della zona dei ghiacciai eterni. Come 10 giorni prima siamo costretti a tornare a Porto Williams per rifare la pratica d’entrata nel territorio cileno. Nonostante sia la quarta volta, è sempre piacevole fermarsi per la notte nello Yacht Club Micada.
Il 9 febbraio dopo uno slalom tra canali e scogli affioranti ormeggiamo alla boa dell’Armada Cilena a Puerto Navarrino. Anche qui siamo accolti amichevolmente dall’alcante e la sua famiglia (due anni di ferma con una bambina di sei mesi!), unici abitanti del posto.
Il 10 febbraio lasciamo l’isola di Navarrino e riprendiamo la nostra navigazione verso est nel canal del Beagle. Il vento è sempre da ovest sui 15/20 nodi quindi: BOLINA, e così, bordo dopo bordo, arriviamo a Caletta Olla dove ormeggiato in fondo all’insenatura incontriamo lo sloop "Octopus" con un lui ed una lei ed un bimbo di sei mesi.
La baia è meravigliosa, sormontata da una parete rocciosa a picco sul di un’acqua color latte ed una spiaggia color arancione dove assicuriamo le nostre cime agli alberi.
La notte è splendida, ci regala un cielo denso di stelle luccicanti, cosa alquanto rara da queste parte: era dalla traversata dell’oceano Atlantico che non riuscivamo ad ammirare le stelle.
L’11 febbraio in navigazione verso il seno Garibaldi veniamo colpiti da un Willy Whow!(venti improvvisi e violentissimi che scendono direttamente dalle montagne dei fiordi). 40 nodi di vento, l’aria è gelida, pensiamo di essere sui 5° o 6° sotto zero, sbandiamo molto ed a volte mettiamo la falchetta in acqua. Tra una nevicata e l’altra alle 10,15LT entriamo nel Seno Garibalbi che timidamente risaliamo ammutoliti dalla bellezza del luogo.
Dopo aver fatto decine di diapositive e km di film ai crolli del ghiacciaio nel mare diamo fondo all’ancora a sud dell’isola Pirincho sotto lo sguardo incredulo di due foche sdraiate sulla spiaggia.

La mattina seguente, dopo una piccola escursione di un paio d’ore sull’isola, usciamo da seno Garibaldi ed entriamo nel Seno Pia. Ci spingiamo in fondo al braccio ovest sotto al ghiacciaio Guincher al quale ci avviciniamo tanto da farci strada attraverso una moltitudine di piccoli iceberg galleggianti. Qui incontriamo "Philos", splendida goletta in acciaio, bandiera francese, che come noi è in ammirazione dell’azzurro intenso del ghiacciaio del quale, con rispettoso silenzio, ascoltiamo il suo borbottare nel suo perenne movimento.
La grandezza del momento che stiamo vivendo fa scorrere il tempo per ore senza accorgercene. La sera torniamo a caletta Pia dove dopo aver rifatto l’ormeggio tre volte diamo fondo all’ancora in 30 mt di fondo con 100 mt di catena (nel frattempo nevica).
L’ultima tappa del nostro viaggio ai ghiacciai è Caletta Ferrari, una estanzia dove veniamo accolti supergenerosamente (concedetemi la parola) da un gruppo di ragazzi cileni volontari che vi lavorano allevando e domando cavalli. Con loro mangiamo delle bistecche buonissime cotte alla brace.
Il 15 febbraio ci regala un ritorno a Porto Williams caratterizzato da venti a 50 nodi (fortunatamente in poppa) che ci fanno filare a velocità esaltanti: il Tari a volte supera anche gli 11 nodi!
La sera festeggiamo nel pub dello yachting club l’ottima riuscita del viaggio ed andiamo a dormire un po’ alticci (per non dire sbronzi).
Il 16 mattina un ritorno triste in completa assenza di vento verso Ushuaia dove arriviamo alle 12,00 ed ormeggiamo definitivamente al Molo Afasyn dove il Tari riposerà per tutto l’inverno australe. 

Un ringraziamento a questa splendida barca che ci ha portato per 9000 miglia senza subire la più piccola avaria, grazie Tari, grazie Antonio, grazie alla vita che ci permette di godere di sì simili esperienze.
Un caro grazie anche al nostro amico Pierluigi, radioamatore, che ci ha assistito tutti i giorni per quattro mesi mentendoci in contatto costante con le nostre famiglie ed amici. Grazie anche a Raffael de Castello, anch’egli radioamatore, che tramite la "Rueda de los navigantes" ci aggiornava quotidianamente delle condizioni meteo con grande precisione.

Indice degli articoli pubblicati

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    Una barca in mezzo al mare è un ambiente isolato. A bordo bisogna essere pronti a far fronte a tutte le piccole grandi emergenze che possono capitare...

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Emilio Beretta
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Dopo l'esperienza di una barca alle Maldive ora si dedica al charter sub in Italia come armatore di FORTEBRACCIO.
Antonio Penati
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  3. Traversata dell’oceano atlantico, caraibi, Venezuela
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  5. Traversata “burrascosa” New York - Bermuda
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  6. Bermuda – Portorico – Venezuela – Curaçao
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  7. Aruba - Cartagena (Colombia)
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  8. Isola Pinos - Arcipelago San Blas (Panama)
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  9. Cayos Chichime - Arcipelago di San Blas (Panama)
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  10. El Porvenir - Arcipelago di San Blas (Panama)
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  11. BALBOA (Panama)
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  12. Baquerizo Moreno (San Cristobal-Galapagos-Ecuador)
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  13. Baia delle Vergini (Fatu Hiva-Arcipelago Marchesi)
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