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Rangiroa, possibile paradiso dei Mari del Sud.
di Simona Corradina Bellaccini

" … mi hanno insegnato che se una cosa è troppo bella per essere vera …. È probabile che non lo sia …" questa la frase tratta da un film il cui titolo, credo non originale fosse "Paura". Appartiene chiaramente ai luoghi comuni del pessimismo ma serve a chi, come me curiosa per natura, riesce a provare esattamente che invece il pessimismo, al paradiso, non può essere applicato.
Mi sforzo non poco a pensare a quanti angoli remoti in questo nostro globo, il più vicino a quella piccola stella che ci riscalda, ci fa crescere e ci nutre, possano godere in maniera concentrata e diretta al punto di creare il posto ideale e perfetto in cui vivere davvero e non sopravvivere esistano.
Fino a che i benefici non si sperimentano direttamente sulla propria pelle, fanno parte soltanto di quell’immaginario collettivo che grazie alle foto meravigliose dei fortunati che hanno vissuto attraverso i cinque (o sei) sensi la magia di quei luoghi, ci sanno raccontare.
Per me i luoghi ideali sono sempre state le isole, piccoli lembi di terra sotto gli influssi ed in simbiosi con l’acqua, il vento ed il fuoco. L’esperimento questa volta è stato staccarsi dalla piattaforma continentale e confermare che quelle belle isole e atolli fossero anche vere. Con sommo piacere vi annuncio che il paradiso non ha un solo indirizzo da quelle parti, in Polinesia Francese, ma ha invece molte vie.

Collocazione geografica
L’insieme di puntini marroni all’interno dell’Oceano Pacifico a destra nei nostri planisferi e situato tra il 135° ed il 150° grado, appena sotto all’equatore prende il nome di Polinesia. A 20.000 km di distanza dai nostri familiari ed altrettanto belli (ma non caldi) lidi italiani troviamo cinque arcipelaghi. La somma di tutte le superfici di quelle isole e di quegli atolli non arriva neppure a formare meno di 4000km quadrati di terra calpestabile. Erroneamente noi denominiamo Tahiti tutto ciò che nel pacifico indica la terra delle belle indigene che ballano il tamurè con i gonnellini di foglie di cocco e che spesso confondiamo anche con l’americanissima Honolulu, capitale delle Hawaii (Stati Uniti di America) situata circa a 3500 km di distanza a nord ovest.

Tahiti è soltanto l’isola nucleo degli arcipelaghi dei mari del sud, il punto di riferimento commerciale e sociale tra l’Europa (anzi solo con la madre Francia) punto nevralgico del traffico aereo tra Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Cile (con l’Isola di Pasqua — Rapa Nui), quest’ultimo più vicino all’arcipelago Polinesiano delle Australi, la cui ultima isola Raivaevae si trova giusto al di sotto del tropico del Capricorno.Diciamo quindi che Tahiti è vera ed è europea, qui si parla francese e si mantiene ancora il rispetto degli autoctoni mentre invece Honolulu, la capitale dello Stato di Hawaii è americana a tutti gli effetti sia negli usi e nei costumi. Le origini sono comuni come si può desumere dagli usi e costumi degli indigeni maori, ma hanno perso nella parte statunitense, comunque molto lontana, la parte vera che invece pervade ancora la magia del sogno delle isole dove un tempo l’equipaggio del Bounty si è ammutinato ….. le ragioni sono ancora oggi plausibili.

All’aeroporto di Tahiti
La prima cosa che colpisce le mie narici nono stante sia la stagione delle piogge e quindi l’umidità è poco più alta del normale, è il fatto che né la temperatura né il sole filtrato attraverso le nubi (così basse che toccano i lembi dell’isola) riescano ad affievolire un profumo che permane ed inonda il mio sistema olfattivo e che purtroppo, riuscirà soltanto a smettere di inebriarmi alla mia partenza dal paradiso. Dall’aeroporto internazionale di Papeete dopo aver raccolto i miei bagagli mi dirigo con un carrello al piccolo aeroporto che si trova giusto a destra a 200 metri di distanza dal parcheggio principale. Una immensa capanna che ospita il check-in di Air Moorea, un bar sulla sinistra ed un banco informazioni sulla destra. Della gente che opera in questo luogo, utilizzo il termine operare piuttosto che "lavorare" perché è improprio utilizzare la parola "lavorare" in Polinesia, perché, al contrario di come concepiamo noi il dovere, loro operano solo se provano piacere in quello che fanno) percepisco prima il sorriso e poi gli occhi .... poi intravedo il piccolo Otter che mi porterà a Moorea, isola gemella di Tahiti, e mi accorgo che la scaletta dove salgo è perfino più piccola di quella della mia barca a vela...

Air Moorea assicura circa 40 voli giornalieri dalle 6 di mattina fino alle 18.00 tutti i giorni. Il volo dura circa 10 minuti e con un carnet di biglietti che si acquista alla partenza del costo di circa 260 euro si possono visitare molte isole dell’Arcipelago della Società. Sebbene mi renda conto di essere a circa 22.000 km lontano da casa vedo nel signore di circa settantanni seduto dietro di me un profilo conosciuto. E’ Sean Connery polinesiano, un signore dagli occhi profondi e saggi interamente ricoperto di tatuaggi dalla testa ai piedi, dietro le orecchie, con un piccolo pareo ai fianchi ed un bastone in mano.
Mi sento imbarazzata e penetrata dai suoi occhi tanto che non oso chiedergli se posso fargli una fotografia. I polinesiani, a differenza delle altre popolazioni indigene dove il turismo imperversa e quindi disposte a "vendere" la propria anima per un pugno di dollari, non amano due cose: una è farsi fotografare e la seconda è, farsi lasciare la mancia per l’opera che svolgono che viene invece retribuita con lauti salari (rispetto ai nostri). Dopo un ora dall’atterraggio non mi sembra proprio il caso di approcciare il paradiso in questi termini, soltanto per avere una foto .... sarò ripagata lautamente per questo...

Il tamaaraa
Nel silenzio della notte dai fare (mettere foto del fare di Moorea sull’albero) si sentono abbaiare i cani, per la strada non c’è illuminazione e quindi, dopo il tramonto, è bene portarsi un bastone per non venire attaccati dai cani che proteggono il proprio territorio (anche se ho scoperto che non sono affatto mordaci, abbaiano solo perché non vedono), ma ieri notte ho sentito anche delle voci umane che mormoravano frasi sommesse in tahitiano. E’ domenica mattina, sono circa le 2 del mattino, si sta preparando il forno polinesiano il "ahimaa".... Vengono appoggiati grossi tronchi di legno duro con pietre ollari di grosse dimensioni, dentro una buca scavata in terra ad una profondità di circa un metro e mezzo e viene acceso un fuoco. Quando le pietre sono ben calde vi viene appoggiata sopra una grossa teglia di ferro che contiene un misto di pesci spada tagliati a pezzi, maialini di latte, granchi di cocco (crabbe de cocotier), "uru", il frutto dell’albero del pane, "fei" un tipo di banana rossa, dolce che può essere mangiata solo cotta, ed il "taro" una specie di barbabietola dolce. Al centro una pentola "cocotte" contiene latte di cocco mescolata a spinaci che servirà poi a condire il resto dell’arrosto in bianco. Questo ben di Dio viene coperto da foglie di banano e viene lasciato a cuocere fino al giorno dopo a mezzogiorno.

Al risveglio corro e chiedo a Taara (una delle cuoche) quanto ancora dobbiamo aspettare per gustare questo pantagruelico pranzetto. Lei mi risponde ... "tu vai ad incontrare gli squali e poi ritorna con la loro fame ...." così ho fatto. Sono ritornata giusto in tempo per la cerimonia di apertura del forno ..... i balli ed i canti in conviviale, il cibo che si gusta con le mani, il sole ed i sorrisi. La cerimonia di tamaaraa di solito avviene la domenica e per le feste ricordate e su tutte le isole e sugli atolli polinesiani ricorda la serenità dei locali e la loro armonia con la natura. Dopo il pranzo si balla e la scuola di Nita si esprime in tutta la leggiadria di questo mondo attraverso giovani ragazze che intrattengono i locali e pochissimi turisti ammessi a questa cerimonia, tra i quali io, che non tentano neppure di scimmiottare i gesti delle danzatrici per non rovinarne l’incanto. I tiare che portano al collo ed i profumi di vaniglia e di hibiscus fanno da sottofondo a quei ritmi sensuali che inondano il villaggio.


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Una ricetta polinesiana
Un amico francese mi invita a cena in uno dei ristoranti più romantici della parte nord ovest dell’isola al Fare Vaimoana. Lo stile all’interno è molto elegante ma sempre con elementi decorativi polinesiani; legno intagliato, conchiglie ma anche preziose tovaglie e piatti di fine porcellana. Mi sono spaventata al pensiero di dover mangiare della cucina francese, perché io non sono molto innamorata delle salse e salsette. Il mio amico mi rincuora e mi dice che anche se i proprietari di questo posto sono francesi, i piatti sono esclusivamente tahitiani ed hanno come base il sempre presente pesce crudo. Dovrei fare un inciso a proposito del pesce crudo, contrariamente a quello che crediamo noi che purtroppo siamo abituati a dover stare attenti a mangiare pesce crudo nei nostri mari, ma anche ho sperimentato in varie altre isole nel mondo, a causa dei batteri, in Polinesia non corriamo questo rischio. Varie specie di carangidi "pahuru", cernie "naue’e" tonni di varie dimensioni "paaihere", pesci pappagallo e rougets vengono pescati in laguna (negli atolli) con dei semplice arpioni (CHIEDERE A CLAUDIO COME SI CHIAMANO) a pochi metri dalla riva oppure anche dentro alla barriera corallina dove l’acqua non supera il metro di altezza. Vengono trasportati dentro a tinozze di plastica che stanno a galla su un pneumatico di un’automobile e spingendoli giungono a riva, dove risciacquati nell’acqua del mare vengono spezzettati e messi a macerare con l’acqua salata e l’aglio. Salade de Poisson CruCirca un chilogrammo di tonno, un paio di carote, due pomodori da insalata privati dei semi, tre piccole cipolle bianche, uno spicchio d’aglio (meglio se quello dolce spagnolo, il nostro è troppo forte), un cetriolo, il latte di una noce di cocco giovane e la parte interna frullata, il succo di circa otto limes.
Dopo aver pescato il tonno, tagliatelo in piccoli cubetti e lasciatelo marinare per circa mezz’ora in acqua salata, aglio tritato, scolatelo dall’acqua e aggiungete le carote grattate ed il succo dei limes. A questo punto deve essere lasciato a marinare nel limone per altri cinque minuti poi va aggiunto il latte di cocco e la polpa di cocco grattugiata, sale e pepe. Il tutto va mescolato e messo in frigo per circa un’ora e poi .... buon appetito. 

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